Sic e Pedrosa, campioni bambini Ma lo sport è tutto urla e pianti

MA vederli sembrano tutti eroi, come dice Grillo. Tatuati, palestrati, rasati o brillantinati, fisicacci da urlo. Gonfiano il petto e anche la bocca, mormorano paroline perfide, provocano, sfidano, sputano, insultano ma sono pronti a svignarsela. Infatti, al minimo soffio, giacciono, si sgonfiano, frignano. Dall'eroismo al martirio. Marco Simoncelli è uno che fila a trecento all'ora in motocicletta, Pedrosa con lui. Si sorpassano, si spingono, se le suonano in pista e fuori, uno provoca, sgomma, sgasa, l'altro sbanda, smadonna, si lamenta; scesi dal bolide tornano bambini capricciosi e molesti, manca il dito nell'occhio e la matita spezzata sul banco, il resto c'è tutto. E' il fantastico mondo dello sport, degli atleti duri e puri che si manifestano per quello che in verità sono: un ego spropositato, l'esibizione fisica cui non fa scopa quella intellettuale (non necessaria per l'agone), il lamento dopo la sconfitta, la linguaccia o il dito in bocca dopo il successo.
Prendete Josè Mourinho, davvero uno speciale, e non uno special one, in materia: riesce a farsi impallinare dal resto del mondo dopo aver preso a pernacchie, lui stesso, tutti gli astanti, che siano arbitri, avversari, dirigenti, prostituti intellettuali. Appartiene, il portoghese, alla stessa tribù di Raymond Domenech, quel simpaticone ex allenatore perdente della Francia campione del mondo e d'Europa (ma non con lui in panchina), una faccia di bronzo ad honorem, lamentoso e provocatore, di carattere fragile e represso come il suo sodale di Setubal. Urlano e piangono, nel giro di cinque secondi. Il football ha una vetrina sontuosa in questo settore, segnalo ai contemporanei due esempi del passato: Benito Lorenzi, detto per l'appunto Veleno, e Nobby Stiles, cagnaccio inglese champion of the world nel '66, lui con le sue lenti a contatto e la dentiera che puntualmente estraeva, prima della partita, per rendersi ancora più bastardo dentro e fuori. Il toscano dell'Inter provocava a prescindere, un giorno ci provò con il gallese Charles della Juventus, detto il gigante buono per indole e comportamento: «La regina d'Inghilterra è una prostituta» strillò Benito, una, due, dieci volte fin quando John replicò: «Io sono gallese non me ne frega nulla della regina inglese». Stiles picchiava e sputava, sdentato gli riusciva naturalmente, poi protestava con l'arbitro se l'avversario schiumava rabbia e altro.
Direi di Eric Cantona l'antipatia francese in progressione aritmetica, il colletto della maglietta sollevato, come usava Napoleone con il cappotto perché lui tale si considerava e, ahinoi, veniva considerato in Francia e in Inghilterra, fino a dedicargli un film. Si può aggiungere Mario Balotelli, il classico esempio generazionale, bullo da strada, pigro e lamentoso, poco incline alla battaglia aperta, vera. Resto nel tema, Materazzi ricopre una postazione di rilievo, come lui forse nessuno in campo, capace di provocare e di frignare, di picchiare e di giacere per un pizzicotto, eroe di carta "pesta" appunto. Perché no, Totti? Perché no, Melo? E Pepe del Real Madrid con il suo gesto dell'ombrello dopo la vittoria sul Barcellona? Capaci di offendere e di mettere il broncio, bambini viziati, protetti dalla loro fazione.
Mica soltanto nel calcio. Nell'automobilismo Hamilton non ha grandi amici, le sue mattane a duemila all'ora lo hanno reso protagonista insopportabile, come nella boxe accadde a Marcellus Cassius Clay poi Muhammad Alì, la lingua più veloce di Louisville, la sfida prima del gong, durante il clinch, dopo il trionfo, più di Tyson che preferiva il silenzio dei cazzotti che fanno male. Che non pensino di cavarsela quelli della pallacanestro: si ricorda il signor Dragan Kicanovic di quella finale di Nantes, agli europei, tra Italia e Jugoslavia con il calcio rifilato a Villalta, successiva fuga vigliacca con il nostro Gamba che lo inseguiva per tutto il palazzetto? E Glen Davis dei Celtics ribattezzato Big Baby, uno che si mette a piangere in panchina dopo un rimprovero del suo allenatore che gli urlava "smettila di frignare, Glen"? Come Pozzecco Gianmarco e il suo fair play con allenatore (definito un «omino») e avversari (vedi Siena).
Posso aver dimenticato forse Corrado Barazzutti o John McEnroe le zanzare del tennis, su qualunque campo, in terra rossa o altro. Per tornare a Pedrosa e Simoncelli, perché dimenticare Biaggi e Valentino Rossi, fanciulli dispettosi, provocatori, vincenti, vincitori, facce da schiaffi e da fazzoletti. Insomma gli eroi durano il tempo di una corsa, di un sorpasso, di un'impennata, di un gol, di un canestro, di un ace, di un uppercut. Prima, dopo, a volte anche durante, rivelano la loro identità: sono mocciosi, viziati, furbi, ricchi. C'è altro?