Il Sic e il Vale, un’amicizia rivoluzionaria

Il Sic e il Vale. Da pronunciarsi così, tutt’attaccati. Perché «il Sic per me era come un fratello minore» ha scritto Valentino su twitter, «tanto duro in pista come dolce nella vita. Ancora non posso crederci, mi mancherà un sacco». Il Sic e il Vale è la splendida, romantica, frenetica e però tragica storia di due giovani uomini che hanno avuto la forza di sdoganare una parola magica quanto rara fra rivali del moto mondo. La parola amicizia. A loro modo due rivoluzionari. Perché nel pianeta zingaro che corre e impenna a trecento all’ora si può sorridere e convivere, ma fare amicizia, amicizia sincera, no, per carità, è vivamente sconsigliato. Di più: è politicamente scorretto, motoristicamente insensato, quasi che ogni pilota avesse nell’animo la certa percezione che l’essere amici possa togliere cavalli al motore.
Il Sic e il Vale, due amici che invece di cavalli se ne sono sempre regalati tanti. Cavalli sotto forma di preziosi consigli assorbiti da Marco, cavalli nel senso d’iniezioni di freschezza spontanea di cui il vecchio campione aveva bisogno per affrontare nuove - e come si è visto - sempre più complicate sfide. Entrambi legati da quella magica scintilla che accomuna due ragazzoni da spiaggia, di Cattolica il Sic, pesarese d’importazione romagnola il Vale. Entrambi, soprattutto, strafelici di smentire ad ogni Gran premio che passava, ad ogni salto in avanti nella splendida carriera di Simoncelli, ciò che stava stampato sulla fronte di tutti gli zingari del motomondo: «Adesso che uno corre in 250 e l’altro domina in MotoGp fanno gli amici... adesso, ma appena si sfideranno curva su curva, spalla a spalla, allora vedrete...».
Il Sic e il Vale. Due amici. Perché a smentire e un po’ pirlare gli scettici gli è venuto così bene, quasi avessero teso un trappolone, perché «quel giorno», disse il Vale, «quel giorno in cui ci troveremo a combattere assieme, vorrà dire che smetterò di dargli consigli, vorrà dire che non parleremo più di moto, che parleremo di gnocca». E invece hanno continuato a parlare, che diamine, di donne eccome, ma anche e soprattutto di moto e impennate e salti come quelli esagerati a cui si dedicavano nella cava vicino a casa Rossi, la cava delle sgasate tra il fango e le pietre dove possono accedere solo gli amici veri e pochi del Dottore nove volte campione del mondo. Si racconta, e c’è da crederci, che proprio nella cava, il giorno in cui il Vale si devastò per benino la spalla compromettendo tutto il 2010 e l’inizio del 2011, ci fosse anche Marco e potete giurarci... se le stavano dando di santa ragione saltando da un dosso all’altro.
Il Sic e il Vale. Amici perché a pelle non si comanda, perché lungagnoni talentuosi entrambi, perché «quando ero nelle minimoto e vedevo il Vale vincere in 125 era già il mio mito», perché «vorrei conquistare tre titoli mondiali in tutte le categorie come fatto da lui, però io ci sono riuscito solo in 250 e vabbé ci proverò in MotoGp». E perché se a pelle non si comanda, il più grande di tutti ha il diritto di scegliersi l’erede e Rossi in Marco aveva individuato il proprio futuro. Un erede da seguire, indirizzare, anche da proteggere. Era successo poco prima e dopo il Gp stonato di Barcellona, la corsa in cui Marco fu costretto a girare scortato, minacciato di morte per aver fatto cadere l’idolo Pedrosa. Marco da proteggere davanti al tribunale dei piloti che lo additava a pericoloso, dito che il Vale non ha mai alzato, anzi, ha trasformato in un abbraccio fisico e verbale per tenerlo lontano dalle tensioni.
Il Sic e il Vale. Vicini anche in quest’ultimo tragico istante. Amici nella disperazione impotente lunga un respiro, amici in quel non poter far nulla, amici nel capire, l’uno, che il mondo si è capovolto e non so cosa sarà di me e dove finirò e dove andrò a sbattere, e amici, l’altro, nel vedere l’erede, il figlioccio, il fratello di pista scivolarti addosso e non poter far niente se non cercare disperatamente di sopravvivere. Amici. Il Sic e il Vale.