«La Sicilia? È 200 anni avanti all’Occidente»

Ottavio Cappellani parla del suo ultimo libro, «Sicilian tragedi»

Se è vero, come sostiene, che la Sicilia è il luogo più trendy del mondo, dove si vive in anticipo di 200 anni sul resto dell’Occidente, leggere Sicilian tragedi (Mondadori, pag. 332, euro 18), il cui spunto è la messa in scena di Romeo e Giulietta in Sicilia, con una compagnia di attori e due famiglie mafiose nemiche, significa, oltre che divertirsi per oltre trecento pagine senza respiro, trovarsi davanti quella dissoluzione della civiltà occidentale che tra due secoli l’Europa vivrà e che la Sicilia sta già conoscendo. Eppure Ottavio Cappellani, siciliano di Catania dove è nato nel 1969, tutto sembra fuorché un profeta di sventura.
Nel 2004 c’era stato il primo grande successo con Chi è Lou Sciortino (edito Neri Pozza), tradotto in 22 Paesi. Come cambia la sua vita dopo Lou Sciortino?
«Non cambia molto: mi sono subito messo a scrivere Sicilian tragedi, mentre continuavo a seguire le traduzioni di Lou Sciortino, ed è stata una fatica, soprattutto per il linguaggio».
E Sicilian tragedi da dove esce fuori?
«Chi è Lou Sciortino nasceva dall’incontro tra la Sicilia e il cinema di Hollywood e da quel punto di sintesi tra Sicilia e America che è la mafia. Sicilian tragedi è la Sicilia e la cultura inglese che s’incontrano nel teatro, e lo fanno nell’unico posto possibile, qui dove tutto è cominciato, a 40 chilometri dal teatro greco di Siracusa, uno dei luoghi simbolo nella nascita della tragedia e della commedia, quindi di tutto. I tre atti di Sicilian tragedi s’intitolano La nascita della commedia; Mondanità come volontà e rappresentazione, La fine della tragedia. È evidente il rimando a Nietzsche e Schopenhauer».
La sua Catania sembra una sorta di Verona Beach di Romeo e Giulietta, il film di Baz Luhrmann con DiCaprio: è casuale?
«No, certo. Romeo e Giulietta, alla fine, è una storia di famiglie mafiose. E il luogo migliore dove ambientarla è Catania. La Sicilia che oggi, per dirla alla Tom Wolfe, è il posto più cool, più trendy del mondo. Le baby gang di Gela sono diventate il modello delle bande americane di neri che parlano e agiscono imitandole, dicono Fuck invece di minchia; a loro volta i wasp, i ragazzi bianchi e ricchi e protestanti che Wolfe racconta in Io sono Charlotte Simmons, cercano di imitare i neri e in questo modo imitano quelli di Gela; e se si pensa che i ragazzi wasp sono la futura classe dirigente degli Stati Uniti e quindi del mondo, ecco che il modello universale oggi sono i giovani delle gang siciliane».
Lei conosce bene i meccanismi della mondanità.
«Quando vivevo a Roma mi accorgevo che tutti, la mattina, quando aprivano Il Messaggero, per prima leggevano le cronache mondane. Quando sono tornato a Catania, ho cominciato a collaborare con La Sicilia. Per sei mesi ho scritto di libri, e nessuno mi conosceva. Allora proposi una cosa come quella del Messaggero. Dopo il primo articolo, mi cercavano tutti».
Come vive uno scrittore in Sicilia? È la Sicilia di Sicilian tragedy o è diversa, tra assessori alla cultura e sagre di paese?
«Sì, io passo da un premio letterario alla sagra del pesce spada. Sono dei mondi straordinari, dove s’incontra gente incredibile».
A un certo punto il picciotto del capomafia dice: «Così poi la magistratura si rimette a fare le interviste al telegiornale e a noi non ci scassano più la minchia», e il capo mafia risponde: «Potta rispetto alla magistratura, tu!». Sembra la sintesi perfetta di tutte la minchiate su mafia e antimafia.
«È vero. La Sicilia è totalmente esplosa. Altro che civiltà post-moderna. È post-post moderna e ancora di più. Lo sbaglio è analizzare la Sicilia considerandola un mondo arcaico. Finché si parla di civiltà contadina, si sbaglia il bersaglio e non si capisce nulla. La Sicilia è il posto più moderno e più trendy del mondo. Qui siamo all’avanguardia».
Essere scrittore in Sicilia è diverso che esserlo a Ravenna?
«Certo che è diverso. Se vivessi in un altro posto non potrei scrivere ciò che scrivo. All’estero, quando parlano di me, non dicono che sono italiano, ma scrittore siciliano. Perché noi siamo una nazione. E vivere in Sicilia, oggi, significa essere 200 anni più avanti degli altri, vivere ciò che il resto dell’Europa vivrà fra due secoli, l’esplosione e la decadenza della nostra civiltà. Sono un privilegiato».