SICILIA Alle fonti del santo patrono

L’eucalipto è come un soldato straniero innamoratosi del paese invaso

Millimetri d’Italia, santi d’Italia. Ogni millimetro, un santo. Ogni millimetro, una festa. Di feste patronali ce n’è dovunque, a nord, al centro e a sud. Sempre più sponsorizzate, sempre più incomprensibili.
La chiacchiera intorno al loro grumo impossibile si estende, anno dopo anno: storici, narratori di provincia, cronisti di strada, vecchi librai, vecchi avvocati, giornalisti delle tv locali, assessori, tutti parlano di queste antiche tradizioni, ne valorizzano il contenuto, le iscrivono tra le manifestazioni culturali di punta, si stampano dépliant, le pro loco si mobilitano: come raggiungere il luogo, dove posteggiare, dove mangiare, dove dormire, avvertenze per il turista (portatevi dell’acqua).
Tra le regioni, due spiccano per ricchezza e originalità di tradizioni: l’Abruzzo (una terra meravigliosa, ancora completamente ignota) e la Sicilia. La prima ha snobbato la modernità, la seconda se n’è impadronita, ma a modo suo.
Il mio amico Ric è il più grande appassionato di feste patronali che abbia mai conosciuto. È lui il trascinatore, e siccome abbiamo una grande passione in comune - la Sicilia - ci è capitato di assistere insieme a molte feste siciliane.
Un viaggiatore americano, coltissimo, mi disse un giorno queste parole: «Un uomo gira l’Europa e l’Italia per settimane e mesi: vede Parigi, Chartres, Praga, Venezia, Firenze, Roma, Napoli e mille altri luoghi. E quando crede di avere visto tutto, ecco la Sicilia: in quel momento, quest’uomo comprende che il viaggio, che pensava di avere quasi concluso, è solo all’inizio».
Non è possibile innamorarsi di tutta la Sicilia allo stesso modo. È troppo grande, e noi siamo troppo piccoli. La passione mia e di Ric è la Sicilia sud-orientale, da Catania in giù.
Catania ha la fama di città brutta, invece il suo nero splendore non ha eguali. Usciti dall’aeroporto con una Fiat Panda a noleggio, percorriamo il viale di eucalipti che porta alla strada per Siracusa. L’eucalipto, qui a sud, è come un soldato straniero innamorato del paese che ha invaso, ma incapace di cancellare il proprio accento esotico.
Qui, del resto, le invasioni sono la regola della storia. Ma c’è invasione e invasione: c’è quella che azzera, ma c’è anche quella che contribuisce alla nascita di qualcosa di originale. La Sicilia è greca, è romana, è cristiana, è araba, è sveva, è normanna, è ebrea, è genovese e, naturalmente, anche americana. Ma tutto questo e altro ancora hanno generato qualcosa di unico, che non somiglia a niente.
Come la cassata, dicono i palermitani. Da quale influsso o flusso di civiltà è stata prodotta? Da niente: è nata qui, come il Barocco Siciliano. È genius loci. Del resto, qui abitarono gli dèi - danza nell’aria il profilo sterminato dell’Etna - e probabilmente ci sono ancora.
Di luoghi straordinari, in questo sud-est siciliano, ce n’è tanti, così come di feste. A Catania c’è sant’Agata, a febbraio: una festa così importante da subordinare tutti gli altri programmi, da quelli politici a quelli sportivi. A maggio c’è l’Infiorata di Noto: una via in discesa viene completamente ricoperta di un disegno fatto di fiori. Il disegno comprende motivi sacri mescolati ad altri, profani, che la fantasia degli artisti compone a suo piacimento, con facce di uomini politici (così mi hanno detto) e addirittura con personaggi di Walt Disney (questo l’ho visto io).
Il fatto è che la nostra immaginazione si è come rattrappita. Per capire l’uomo ci vuole una grande immaginazione. Poeti, filosofi, padri della Chiesa si sono ripetuti, nei secoli, le parole del salmo: «Che cos’è l’uomo?». Oggi tutti pensano di saperlo già: politici, operatori sociali, preti. Tutti pensano, o sono costretti a pensare, di trovarsi già dalla parte giusta. Così i gesti dei padri e dei nonni sprofondano nell’ignoto, diventano incomprensibili, illeggibili.
Oggi però - un «oggi» che non è oggi, perché siamo al 20 di agosto - la destinazione è un’altra festa, la festa di san Sebastiano a Palazzolo Acreide. Una strada di recente costruzione taglia in due un territorio arido, di terre rossastre, che lascia esplodere, qua e là - e sempre più man mano che si procede verso l’interno - un verde speciale, che per vivere ha dovuto lottare e adesso si presenta nel fulgore della sua lotta.
Ci inoltriamo nei Monti Iblei, che di tutti i massicci e di tutte le catene montuose (Peloritani, Nebrodi, Madonie, Erei) sono i più ricchi di cultura. Vuoi per la vicinanza di Siracusa, vuoi - soprattutto - per la storia speciale legata a questi monti, che sono ricchi d’acqua e furono perciò, nei secoli, molto importanti.
Quando sono a Siracusa vado spesso a cena da Mariano, dove si cucina alla maniera degli Iblei, con tanti prodotti di terra e pochi di mare. Anche questo è un segno del dare-e-avere di questa terra: chi, nei secoli, è sceso qui ha sempre portato qualcosa, ma ha sempre ricevuto. Senza questo non c’è cultura e non c’è vero benessere: l’uomo è fatto per dare, e sta bene quando può dare.
Mentre posteggiamo, un signore seduto davanti a una casa ci guarda con un po’ di commiserazione.
«Anche voi qui per san Sebastiano?».
Alla risposta affermativa di Ric, lui scuote la testa:
«San Paolo: dovevate venire qui per san Paolo: quella è la vera festa!».
Palazzolo Acreide, diecimila abitanti scarsi, recentemente dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, è un posto veramente speciale. Forse non possiede la magnificenza di Noto, però ha qualcosa di più. Noto nacque pressoché dal nulla, dopo essere stata azzerata da un terremoto alla fine del ’600, grazie al concorso di architetti insigni, capaci di elaborare, come scrisse Gesualdo Bufalino, «un linguaggio di lusso».
Ma Palazzolo ha il fascino dei luoghi dove le cose nascono. Come l’acqua, che si sprigiona dalle caverne sottostanti per fecondare i campi, così è il carattere di questa città antica. I siti archeologici sono diversi, dal teatro greco all’agorà a una grande necropoli alle enormi statue dette dei «santoni». Qui fu praticato il culto della Grande Madre, ed è ancora oggi la parola «terra» a riassumere il senso di tutto.
Se la festa di san Paolo è la festa della città bassa, quella di san Sebastiano è di competenza della città alta. La chiesa di san Sebastiano, del ’700, è il punto più alto di Palazzolo. Le parole del signore seduto, incurante del viavai - strade chiuse al traffico, vigili dappertutto, ragazzi urlanti vestiti per l’occasione - mi dicono che c’è rivalità tra quartieri.
C’è però chi vuole conciliare. Sulla piazza gremita di fedeli e di turisti - questi ultimi si distinguono per le fotocamere e i telefonini tenuti in alto, ad immortalare il momento magico - chi chiede informazioni viene spedito da un uomo molto distinto, che spiega come questi riti - con san Paolo che apre e san Sebastiano che chiude - abbiano un’origine precristiana e siano legati al mito della fecondità. Al centro della piazza, su un carro, un uomo distribuisce pane a tutti. Ce n’è in grande quantità: lo hanno fabbricato, durante la notte, non solo le fornerie ma anche molte case private.
È quasi l’una, il sole è a picco, il caldo quasi insopportabile. Dentro sta per finire la messa. La facciata della chiesa è tutta disseminata di candelotti. Ma come?, un fuoco d’artificio al culmine del giorno? Una luce accesa davanti al sole? C’è un fremito nella piazza. La «sciuta», l’uscita, sta per avere luogo. Quando la statua di san Sebastiano, preceduta dalla reliquia, esce dalla chiesa sorretta da giovani portatori. Eccola apparire, ancora nell’ombra. Schiere di ragazzini, appostati ai lati della porta, gridano esultanti, sollevano le braccia come se la loro squadra avesse segnato un gol.
Proprio questo paragone mi fa comprendere che quello che sta per accadere è fuori da tutti i nostri schemi mentali. Quello che sta per accadere ha sicuramente qualcosa da dirmi sulla civiltà alla quale appartengo. E che non conosco più.
(14. Continua)