La Sicilia alle urne per il primo test sul governo Prodi

Oggi tra le 8 e le 22 e domani dalle 7 alle 15 oltre due milioni di elettori potranno votare sull’isola. Campagna durissima fra alleanze inedite e proliferare di liste: 18mila gli aspiranti consiglieri comunali e provinciali. <a href="/a.pic1?ID=177662"><strong>Fotografano il voto sulla scheda: denunciati</strong></a>

Palermo - Prende il via dalla Sicilia la tornata elettorale che tra maggio e giugno coinvolge 29 province, mille comuni e undici milioni di cittadini. Per i diciottomila aspiranti (non uno in meno!) a una poltrona in consiglio comunale o anche ad una sedia nelle circoscrizioni di quartiere è iniziato il conto alla rovescia. Quindici giorni prima del resto d’Italia la Sicilia va alle urne per rinnovare 156 sindaci e altrettanti consigli comunali (poco più di un terzo del totale), tra cui quelli di tre capoluoghi, Palermo, Trapani e Agrigento. Si rinnova anche l’amministrazione provinciale di Ragusa. Coinvolti due milioni di elettori, che potranno votare oggi dalle 8 alle 22 e domani dalle 7 alle 15.
Giorno classico da pausa elettorale, quello di ieri, dopo due mesi di battaglia durissima, di milioni di facsimili che hanno tappezzato le strade, di faccioni sorridenti che invitavano a mettere una «X» sul loro nome, di ristoranti, bar, cinema, piazze, insomma ogni angolo delle città coinvolto, assediato dall’esercito dei candidati. Un giro economico di tutto rispetto solo considerando le cifre ufficiali e lecite, che partono da una base di 10 milioni di euro (considerando meno di mille euro a candidato). Si vedrà dopo le indagini avviate in alcuni comuni se ci sono stati esborsi di altro tipo.
Sono arrivati in Sicilia tutti i vip nazionali dell’uno e dell’altro schieramento. Da Berlusconi a Casini, da Follini a Di Pietro, da Fassino a Fini e anche Rutelli e Boselli e Mastella. Non è mancato nessuno, neanche Sergio De Gregorio, che ha messo in campo in alcuni comuni le sue liste «Italiani all’estero», quasi dappertutto a sostegno del centrodestra, e Marco Follini che si è sperimentato come nuovo soggetto elettorale a favore del centrosinistra. La campagna elettorale siciliana rischia di essere comunque un test per il governo Prodi, come ha volutamente sottolineato il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, nel suo tour. Ma negli ultimi giorni, forse a causa dei contraddittori sondaggi, sia Fassino sia Fini hanno tentato di ridimensionare il valore politico del voto di oggi e lunedì, ribadendo che si tratta «di elezioni amministrative». «Importanti per l’alto numero dei partecipanti - hanno ripetuto entrambi - ma pur sempre amministrative». Bisogna comunque tener conto che in Sicilia per la Cdl si tratta di confermare tutti gli attuali amministratori, mentre per il centrosinistra di strappare almeno un sindaco per dare un segnale di inversione. E si punta soprattutto su Agrigento e Palermo. Ipotesi molto difficile, ma non impossibile secondo alcuni sondaggi del centrosinistra, quella che si verifichi un cambio nel capoluogo, dove l’ex sindaco Leoluca Orlando sfida il primo cittadino uscente Diego Cammarata.
Attenzione puntata anche su Agrigento, dove lo scontro è anche all’interno della Cdl, visto che il candidato sindaco fuoriuscito dall’Udc, Marco Zambuto, è sostenuto dai fedeli di Francesco D’Onofrio, il senatore Udc che è stato diversi anni assessore nella città di Pirandello, e dai Ds. Non sono pochi i comuni dove, al di là dei richiami di Fini all’unità, si gioca uno scontro doppio: uno tra destra e sinistra e un altro all’interno della Casa delle Libertà, come a Lipari e a Cefalù che vedono Forza Italia, An e Udc separati.
Mentre alla Provincia di Ragusa la palma della frantumazione delle liste spetta alla sinistra. Cinque candidati, uno della Cdl mentre gli altri quattro sono uno dei Ds-Dl, uno di Verdi e Idv, il terzo dell’Udeur e il quarto dei socialisti.
Ed è per fronteggiare questa eccessiva proliferazione di liste che ieri il capogruppo all’Ars dei Ds, Antonello Cracolici, ha lanciato la proposta di una riforma elettorale da avviare subito dopo le elezioni che anche per i comuni punti ad uno sbarramento del 5 per cento, come quello delle elezioni regionali. Legge voluta soprattutto da Forza Italia e Ds, e riconfermata dopo la sconfitta dei partiti minori che avevano tentato di abrogarla al referendum. Adesso di fronte all’incredibiile numero di liste e candidati sono in tanti a dire: «Così non si può andare avanti».