Sicurezza, Berlusconi placa l’ira della Lega

RomaSilvio Berlusconi è tranquillo. Umberto Bossi fiducioso. «Tutto chiarito», assicura il premier. «La soluzione si trova», conferma il leader della Lega. Oltre mille clandestini in attesa di espulsione non usciranno dai Centri d’identificazione a fine aprile, come temeva il ministro Roberto Maroni, per quell’«incidente di percorso» di mercoledì alla Camera, con i «franchi tiratori» del Pdl che hanno fatto saltare l’articolo del decreto sicurezza che prolungava da 2 a 6 mesi la permanenza nei Cie. E questo dopo che la Lega aveva già dovuto ingoiare lo stralcio dal provvedimento della norma sulle ronde.
Ieri mattina Berlusconi, Bossi, il ministro dell’Interno e quello della Semplificazione legislativa Roberto Calderoli si sono incontrati, prima e dopo il Consiglio dei ministri, per ricomporre la frattura del giorno prima. E intanto i senatori leghisti non partecipavano ai lavori sul decreto sicurezza della commissione Affari Costituzionale di Palazzo Madama. Proprio della possibilità tecnica di reintrodurre la norma sui Cie nel testo del Senato si discuteva a Palazzo Chigi. Valutando se ridurre il tempo massimo di permanenza nei centri da 6 a 4 mesi. Per una «navetta» tra le due Camere ci sono solo pochi giorni, perché il decreto dovrà essere convertirlo in legge entro il 26 aprile. Al vertice si sono uniti anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, quello della Difesa Ignazio La Russa e il sottosegretario Aldo Brancher: tutti impegnati nel correre ai ripari dopo il colpo di mano a Montecitorio e ricucire lo strappo tra Pdl e Carroccio. «Maroni è soddisfatto ma sta lottando contro il tempo perché abbiamo l’assoluta necessità di impedire che il decreto decada», spiega il presidente del Consiglio alla conferenza stampa. Aggiunge che la maggioranza ha confermato di condividere in pieno la politica sull’immigrazione del Viminale e che lui, in prima persona, ha preso su di sé «la responsabilità di accelerare i rimpatri». A cominciare da quelli, già in programma, di «diverse centinaia di persone di un Paese con cui ci sono particolari rapporti di amicizia». Sembra si riferisca alla Tunisia, con la quale un accordo sarebbe quasi concluso.
Nello stesso incontro con i giornalisti, però, il premier dice qualcosa che alla Lega certo non piace. E che potrebbe aprire un altro fronte di contrasto. Riguarda la possibilità di far votare per il referendum nell’election day del 6 e 7 giugno, per le elezioni europee e amministrative. «Penso - osserva Berlusconi - valga la pena di un’ulteriore riflessione, perché le argomentazioni che sono state esposte sono degne di approfondimento. Ne discuteremo nel prossimo Consiglio dei ministri».
Il Pd vuole un accorpamento che faccia risparmiare soldi da destinare alle zone terremotate, ma i leghisti sono contrari. Se il referendum passasse, spingerebbe all’aggregazione, visto che il premio di maggioranza non andrebbe più alla coalizione ma alla lista con più consensi. Per l’opposizione questo no costerebbe allo Stato oltre 400 milioni di euro, una «Bossi tax» per i cittadini. Dario Franceschini sembra scettico sull’apertura di Berlusconi: «Se adesso il governo ci ha ripensato, va bene. Ma vorremmo capire se si tratta solo di parole, di tattica per risolvere i contrasti interni alla maggioranza, o se seguiranno fatti concreti».