Sicurezza, Famiglia Cristiana attacca ancora

Il periodico dei Paolini sul nuovo decreto: "Non siamo in Angola, Palazzo Chigi gioca coi soldatini". La replica di Gasparri: criptocomunisti

Strane e miserevoli cose accadono nell’Italia d’agosto, quando i cittadini riposano e i protervi pensano di poter cogliere tutti di sorpresa. Il colpo di mano, questa volta, è stato tentato dai giornalisti di Famiglia cristiana, che hanno abbandonato le cautele di una tradizione fatta di moderazione e di rispettoso colloquio coi credenti e sono passati alla pirateria mediatica, all’esasperazione dei toni, allo stravolgimento della realtà nazionale per imporre i loro livori politici di cattolici con la guida a sinistra.

Famiglia cristiana, dunque, pubblica un editoriale, opportunamente anticipato alle maggiori agenzie di stampa, in cui critica la politica della sicurezza varata dal governo. Le critiche sono sempre rispettabili e lecite, ma quelle mosse dal settimanale dei Paolini sono articolate con inusitato livore, con un linguaggio intollerabilmente catastrofico che rasenta l’insensatezza. Per Famiglia cristiana l’Italia, grazie alla legislazione nazionale e locale contro l’accattonaggio, corre il rischio di una «guerra fra poveri»: questa legislazione, sempre secondo il settimanale dei Paolini, fa dell’Italia un «Paese marciapiede», con «un presidente spazzino».

Non basta. Le misure adottate per garantire una maggiore sicurezza ai cittadini, che da anni l’invocano, sono sbrigativamente liquidate da Famiglia cristiana con un paragone insultante: l’impiego dei militari, per supplire alla carenza di tutori dell'ordine, viene liquidato così: «Neanche fossimo in Angola».

Spiace dissipare le aspettative e i desideri dei terzomondisti e dei pauperismi di Famiglia cristiana, ma l’Italia non è l’Angola e non lo sarà mai. Il contrasto all’accattonaggio organizzato non è un tentativo di nascondere una guerra fra poveri e l’emergere di una sofferenza italiana che va al di là degli abituali standard di disagio. Il settimanale dei Paolini critica tutte le ordinanze dei sindaci, investiti di nuovi poteri, contro la mendicità e lascia intendere che questi provvedimenti siano un espediente per nascondere nuovi e sconosciuti disagi della nostra società. Il periodico finge di non sapere che l’accattonaggio professionale e organizzato (con racket che ripropongono nel XXI secolo gli schemi dello schiavismo) è scaturito da un’immigrazione clandestina, selvaggia, da irregolari che considerano l’Italia generosa un Paese da mungere, da sfruttare, da imbruttire.

La polemica montata da Famiglia cristiana è stolta, falsa, strumentale. Ma soprattutto è inqualificabile il linguaggio con cui tenta di alimentarla. Un linguaggio volgare e offensivo, che non ha precedenti nella tradizione della pubblicistica cattolica. Quale Angola? Quale «Paese marciapiedi»? Quale «presidente spazzino»? Nell’allineamento di certa sinistra cattolica alle suggestioni dell’antipolitica e all’aggressività delle immagini dà il senso di un imbarbarimento. Che non è dell’Italia, della maggioranza responsabile dei suoi cittadini, ma di quelle minoranze politiche residuali che si ritengono superate dai tempi e dagli assetti nuovi e che reagiscono con inaspettato livore. Non è un caso che Famiglia cristiana, fra tante critiche, come quelle di Maurizio Gasparri, che taccia il settimanale di «criptocomunismo» e del ministro per l’Attuazione, Gianfranco Rotondi, che lo accusa di scegliere un linguaggio «poco cristiano», abbia raccolto le lodi del Pdci (per bocca di Sgobio, ex capogruppo di quel partito alla Camera). Fra perdenti sott’odio s’intendono benissimo.