«La sicurezza? Ora va pagata con i diritti tv»

da Roma

Lo stato di salute del governo «è come il mio: febbre alta», avverte Clemente Mastella che per quanto lo riguarda sta lentamente sfebbrando a Ceppaloni, «ma in politica se aspetti semplicemente di sfebbrare vai in asfissia». Dunque manda a dire a Piero Fassino «no pax sui pacs»: all’imminente vertice di maggioranza conviene tener fuori il ddl sulle unioni di fatto. Mentre dev’esser chiaro che se non si trova un accordo sul decreto per l’Afghanistan, «si va alla crisi di governo». Sarà un vertice decisivo, del resto le «verifiche» non spaventano più di tanto, né tanto meno scandalizzano, chi è cresciuto alla scuola dello scudo crociato. Un confronto di governo sul quale cade pesantissimo un nuovo tema, la violenza nel calcio che s’è fatta assassina. Al telefono, con voce bassa e roca, Mastella racconta: «Ero a letto, guardavo la partita in tv. Sono rimasto agghiacciato. E ora penso al figlio dell’ispettore Raciti che si domanda: perché mio padre è morto?». Come ministro della Giustizia è già pronto alle contromisure: «tolleranza zero» nei confronti della violenza dentro e fuori gli stadi, «ricetta inglese» per prevenire e punire, dunque «inasprimento delle pene» ma anche obbligo per le società di calcio di investire «parte dei proventi televisivi nella sicurezza»; e basta, basta davvero con le «complicità tra dirigenti e ultrà».
Che fare, ministro?
«Bisogna intervenire subito, con provvedimenti molto forti. Perché quanto avvenuto a Catania può generare una collera delle forze dell’ordine che giustamente ora si domandano: ma perché dobbiamo stare là? Lo Stato non può entrare in conflitto con se stesso».
Il ministro Amato si domanda se sia giusto esporre la polizia a rischi così alti.
«Anche io, ma questa battaglia si vince declinando provvedimenti di natura amministrativa e giudiziaria con interventi di responsabilizzazione seria delle società di calcio, che devono essere chiamate a farsi carico della sicurezza».
Come?
«Federcalcio e Lega devono destinare una fetta dei proventi derivanti dai diritti televisivi a misure concrete di garanzia della sicurezza dentro e fuori gli stadi».
Qual è il modello da seguire?
«Quello inglese, dove adesso il 43% delle partite è police free, si svolgono cioè senza presenza della polizia, perché le società di calcio si fanno carico di tutte le misure di sicurezza».
In Gran Bretagna la Thatcher aveva inasprito le pene, mentre da noi sembra che nemmeno la legge Pisanu riesca a funzionare.
«Io sono per inasprire le pene, e non mi sento minimamente in contraddizione con l’aver voluto l’indulto. Perché qui non siamo in fase rieducativa, siamo in presenza di farabutti, qualunque sia la loro caratteristica, che mettono a repentaglio domenicalmente e per l’intera settimana l’incolumità e la sicurezza delle persone, addirittura la vita. Bisogna essere molto, molto forti. E accompagnare l’inasprimento delle pene con provvedimenti di divieto: che so, divieto di frequentare gli stadi per dieci anni, e divieto di prendere mezzi pubblici la domenica»
Funzionerà?
«In Gran Bretagna le statistiche dimostrano un legame diretto tra l’aumento annuale dei divieti e la diminuzione degli arresti in occasione di partite della premier league. Più aumenti la deterrenza, e meno arresti hai. Però l’arresto deve esserci per chi commette reati, finendola con l’andazzo che uno viene arrestato e il giorno dopo esce. Tolleranza zero, davvero e sul serio».
Coglie elementi nuovi, nelle ultime esplosioni di violenza che s’accendono intorno al calcio?
«Vedo coinvolti nella violenza molti giovani, anzi giovanissimi. E poi, un tempo i gruppi di ultrà si scontravano tra loro, mentre adesso prendono direttamente di mira le forze dell’ordine che sono lì a cercare di separarli. Sotto attacco è lo Stato, lo Stato e i suoi uomini. E lo Stato deve difendersi, se vuole poter difendere tutti».
Che cosa giudica più preoccupante?
«Il clima generale che s’accende intorno ad ogni partita, quell’intendere l’avversario come nemico. Ed è nemico il presidente per l’altro presidente della società di calcio, l’allenatore per l’altro allenatore, i giocatori rispetto ai giocatori, pure i radiocronisti delle rispettive città. Ogni domenica c’è un esercito che va contro la città nemica. E la cosa più preoccupante non è soltanto quel che è avvenuto a Catania, ma poi le scritte apparse a Livorno. Significa che c’è un contagio molto forte, e dunque occorre un contrasto anche sul piano educativo».
Muovendo come, e da dove?
«C’è una forma di benevolenza diffusa, che va ribaltata. Ma se tu ritieni che il tifoso più acceso e scalmanato sia comunque tuo, perché pure tu ce l’hai con l’arbitro che sbaglia, si genera una tolleranza che poi si stupisce davanti a eventi tragici come questi. Bisogna intervenire subito e drasticamente: nessun contagio, nessun rapporto dev’esserci più tra società di calcio e gruppi ultrà».
Da un ministro giunge la proposta di chiudere gli stadi.
«Ma no, il calcio soltanto in tv diventerebbe una cosa ridicola, che fai: vedi gli astronauti che giocano? Lo Stato deve essere forte, deve saper difendere i suoi uomini e i cittadini, deve garantire la passione e l’emozione. Però non può essere caricato tutto sulla polizia, lo ribadisco: le società di calcio devono essere chiamate in causa concretamente. Perché adesso, i figli dell’ispettore Raciti si domandano: è morto mio padre, perché?».