Sidney Pollack: faccio l’attore per spiare gli altri registi

L’autore ha presentato il documentario su Frank Gehry, venerdì nelle sale

da Roma

Dopo un maestro di Bergamo, Ermanno Olmi, tocca a un maestro di Lafayette, Indiana, quel Sidney Pollack nel 1985 premio Oscar per La mia Africa, cimentarsi col documentario, mezzo espressivo di alto artigianato. Se l’artista dei Centochiodi ha annunciato che scenderà in strada a riprendere la vita, il geniale regista, produttore e attore americano, che ha in Robert Redford il suo interprete preferito (ci ha girato sette film, quasi un alter ego) ieri ha presentato il suo primo documentario, Frank Gehry, creatore di sogni (da venerdì nelle sale), sulla vita e le opere del celebre architetto canadese, noto per il Museo Guggenheim di Bilbao. Visto al Sundance Film Festival e al Festival di Toronto, Sketches of Frank Gehry sarà incluso nella retrospettiva che l’Alba International Filmfestival (29 marzo-4 aprile) dedica al cineasta-simbolo del «New Hollywood», filone artistico caratterizzato da una visione pessimistica della realtà. «La prima volta che ho visto il Museo Guggenheim di Bilbao, io che non ho mai studiato architettura, sono rimasto fulminato. Dato il forte impatto emotivo che ne derivò, mi fu suggerito di trarne un film su Gehry. Ho detto di no dal 1997 al 2000», racconta Pollack, ieri pomeriggio alla Casa del Cinema anche per una lezione pubblica, «ma poiché non avevo termini di consegna o un ruolino di marcia prefissato, ho lavorato un giorno all’anno, per cinque anni, facendo un piccolo film domestico», spiega il geniale autore, che ha saputo coniugare impegno e botteghino, passando dal western (Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, 1972) al thriller (I tre giorni del Condor, 1975), dal remake di Sabrina (1995) alla cronaca di Come eravamo (1973) senza perdere la coerenza del suo stile.
Inteso come un mosaico su Frank O. Gehry, genio creativo contemporaneo il cui cognome, in realtà, era Goldberg («lo cambiai per le pressioni di mia moglie: all’epoca ero vagina-dipendente», spiega l’architetto di origine ebrea), il documentario assembla le testimonianze di coloro che hanno avuto a che fare con il creativo amante delle superfici corrugate. Sfilano Dennis Hopper (l’attore vive in una casa progettata da Gehry) e Bob Geldof («osservavo insonnolito la campagna tedesca, durante un tour, poi ho visto un manufatto inquietante»), rapito dalla Banca Vitra di Weil sul Reno, suggestiva massa di vetro e acciaio; l’artista concettuale Julian Schnabel (in accappatoio bianco, stravaccato sulla poltrona, perso nel bicchiere, vale tutto il film) e lo stesso Gehry, qua e là relatore dei propri lavori. «Questo primo documentario nasce dall’egoismo: volevo capire cosa passa per la testa d’un creativo, come si passa dal nulla alla creazione di qualcosa. Ho compreso, infine, che dirigere un film è un’opera collettiva quanto edificare: cinema e architettura si somigliano, anche per l’uso della luce, elemento fondamentale per ambo le forme d’arte», dice Pollack. «Non vado pazzo per il documentario: avrei girato qualcosa su Kieslowski, su Stanley Kubrick, ma ormai è troppo tardi. Preferisco girare film di fiction. Ho una casa di produzione, in società con Anthony Minghella: a settembre produciamo il nuovo film di David Franco. Per la tivù girerò una serie su una detective in Botswana, mentre per la Hbo preparo un docudrama sui voti persi tra Bush e Al Gore. Vorrei fare pure il remake de La vita degli altri, storia che deve avere eco mondiale, bella com’è. Fare l’attore? Avrò un ruolo nei Sopranos, in tivù: l’unico motivo per cui recito è che, così, spio gli altri registi».