In Siegfried tutto il fascino di Wagner

da Venezia

Siegfried, l’eroe senza paura e quasi senza coscienza, forgia la fatale spada che solo suo padre ha potuto strappare dalla quercia dov’era imprigionata e che il dio Wotan ha spezzato: andrà con questa ad uccidere il drago che custodisce il tesoro maledetto dell’oro rubato al Reno, assaggiandone il sangue infuocato comprenderà il linguaggio degli uccelli e uno di loro lo condurrà dove la guerriera figlia di Wotan dorme un letargo protetta in un cerchio di fuoco: vi entrerà, la risveglierà alla vita, la sveglierà all’amore. Tutte cose che i wagneriani sanno, e che per gli altri sono favolose ed ardue, nello scorrere a passo biblico della musica di voci ardimentose d’orchestra dal respiro sinfonico. Cose che sono o ordinate nella cultura o annidate in una confusa memoria.
A Venezia, per la regìa di Robert Carsen, scene e costumi di Patrick Kinmonth, la fucina dove il nano malefico Mime non riesce a compiere il suo lavoro e cerca di sfruttare l’ingenuo giovanotto Siegfried è un ripostiglio di ferraglie con l’avanzo d’una roulotte. La foresta è fatta di tronchi mozzi e trapela ad un tratto una luce, innaturale come un prodigio e inquietante come un destino fatale. Il luogo di Brunilde è una lingua di fuoco che Siegfried supera e che viene dimenticata, e l’amore faticosamente nasce nello spazio vuoto. E succede una cosa che i sostenitori dell’opera intoccabile ed i maledetti dissacratori non possono capire: chiunque legga dentro queste suggestioni la vicenda, la vive intensamente: perché i cantanti-attori, i magnifici Stefan Vinke, protagonista, Greer Grimsley, Wotan, Susan Bullock, Brunhilde, Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, Werner Van Mechelen, Bjarni Thor Kristinsson, Anne Pellekoorne, Inka Rinn, condotti dalla genialità del regista e dalla devozione del direttore Jeffrey Tate, taumaturgico sull’orchestra, sono, nota su nota, gesto su gesto, le creature mitiche e potenti di Richard Wagner. Con un loro carattere specifico, che si distende come una tinta particolare di questa interpretazione, una stupefatta e rassegnata malinconia, il preludio al crepuscolo in cui quel mondo sta per essere risucchiato.
C’è una scena rivelatrice: quando Wotan, nella sua casa con camino, in borghese abito distinto come un generale in pensione, evoca Erda, la saggia dea della terra, addormentata in grumi di lenzuola, ed ella si alza frastornata e nei due che amarono pesa la stanca resa al destino. Si allontana profetica e smarrita come già presa dal nuovo sonno e ci vince una sublime malinconia. Poi ci cimentiamo con la fatica dolente di Brunilde per accettare l’amore, ed all’amore che la conquista. È la fine della lunga opera: tutti applaudiamo a lungo e usciamo consapevoli che questo Siegfried continuerà a lungo ad interrogarci.