Siena, il sindaco mette in Palio Adriano Sofri

Non ci riusciranno. Ma lo sforzo che i glorificatori di Adriano Sofri compiono per renderlo antipatico anche a chi - come me, come tanti - vorrebbe vederlo libero, e sottratto alle polemiche, è veramente titanico. Gli italiani - non importa di quale fede politica - che aspirano a chiudere il capitolo fosco degli anni di piombo, considerano la carcerazione di Sofri un anacronismo umano, anche se avallato da ineccepibili pronunce giudiziarie. Il tormentone dura da troppo, e intossica con veleni remoti un Paese che ha bisogno di serenità.
Chiediamo a chi lo vuole e lo può di dire basta. A patto tuttavia che il condannato per l'assassinio del commissario Calabresi - cui tutti riconosciamo alte qualità intellettuali e morali - sia considerato un cittadino che ha espiato, che nell'espiazione ha mostrato dignità e orgoglio, che può riprendere il suo posto nella società: non una vittima, non un eroe, non un modello da proporre ai giovani. Invece è proprio questa la tesi che da molti a sinistra viene sostenuta, e che darebbe alla grazia, il giorno in cui fosse concessa, il carattere d'una tardiva e irrituale assoluzione. Da questo voluto equivoco discende il dibattito sull'opportunità d'un provvedimento di clemenza che verrebbe contrabbandato come proclamazione d'innocenza.
Il sindaco di Siena Maurizio Cenni s'è adoperato ieri - avendo l'aria di rendere omaggio a Sofri - per accrescere i dubbi di quanti lo vogliono fuori di prigione, ma anche fuori dalle strumentalizzazioni politiche di basso conio. Cenni ha invitato Sofri al Palio dell'Assunta e ha consentito che s'affacciasse, come personaggio di particolare riguardo, alla finestra d'onore del palazzo comunale. Il sindaco s'è detto felice d'averlo come suo ospite dopo che il rettore della Normale di Pisa aveva espresso analoga letizia per poterlo annoverare tra i suoi dipendenti.
Non sto a ripetere diffusamente i motivi invocati per la grazia a Sofri. Il tempo trascorso dall'uccisione di Calabresi, il particolare contesto storico e sociale nel quale il crimine avvenne, l'evidente e totale non pericolosità d'un Sofri libero, l'altrettanto evidente mutamento avvenuto nelle idee e nei sentimenti di chi con Lotta Continua esultò perché il «commissario finestra» era stato abbattuto. Sono tornati in circolazione, dopo qualche anno di galera, innumerevoli figuri della criminalità comune e della criminalità politica, nessuno della levatura di Sofri. La sua reclusione assomiglia, a questo punto, a un'iniquità. Ma i «compagni» incalzanti e arroganti congiurano - insieme al suo orgoglio smisurato - per tenerlo nello «status» ufficiale di recluso.
Questi compagni mirano a screditare, esaltando Sofri, la giustizia che lo ha riconosciuto colpevole. Quest'attacco alla legge viene dagli stessi pulpiti che, un giorno sì e un giorno sì, addebitano al governo scarso rispetto per la magistratura. Coloro che ci esortano tutti a tener presente il contesto nel quale Lotta Continua farneticava e nel quale Calabresi fu ucciso sono gli stessi che non vogliono a nessun costo un provvedimento di clemenza per il novantaduenne Priebke: forgiato e fanatizzato, oltre sessant'anni or sono, nella fornace delirante del nazismo. Priebke fu complice di una rappresaglia atroce in una guerra sterminatrice. Per lui nessuna pietà, non gli si voleva consentire nemmeno un breve soggiorno estivo nel Varesotto. Intendiamoci, il prezzo di sangue - tra Fosse Ardeatine e Calabresi - non è comparabile. Ma nemmeno è comparabile la possibilità di giudizio e di scelta che aveva un Priebke con quella che avevano - nell'Italia democratica e in tempo di pace - i killer della P38 o gli stragisti.
A dir la verità non mi ha stupito, dato l'andazzo, l'iniziativa del sindaco Cenni. Piuttosto mi ha stupito che Sofri, così severo ed altero, abbia accettato di presentarsi, con la moglie Randi, alla folla. Meno male che ha evitato d'arringarla.