«Siete i benvenuti, i libanesi speravano nel vostro arrivo»

Il «prefetto» della zona: «Dovete aiutarci a riaprire la scuola. Il disarmo delle milizie? È una questione interna al Paese»

da Borj Kalawaj (Libano)

La piastrina del soldato israeliano è intatta all’interno di una custodia della brigata Golani, un’unità d’élite. Il laccio che la teneva attorno al collo del soldato forse ferito, morto oppure disperso è rovinato dalla furia della battaglia. La piastrina mi viene mostrata da Hussein Alì Rmaiti, il moukhtar di Borj Kalawaj, un villaggio a meno di un chilometro dal campo dei caschi blu italiani. Il moukhtar è una specie di prefetto della zona eletto dal popolo. Forse voleva tenerla come ricordo di guerra, ma un ufficiale libanese è venuto a prendersela ieri pomeriggio. Rmaiti, 37 anni, dà il benvenuto ai soldati italiani, ma spiega che nessuno consegnerà le armi facilmente.
Cosa pensa dell’arrivo degli italiani?
«Come moukhtar dico che sono benvenuti e posso assicurare che la cittadinanza sperava nell’arrivo degli italiani o dei francesi».
Quindi sono ben accolti?
«Assolutamente sì perché gli italiani sono europei e con i finlandesi (i precedenti caschi blu dispiegati nella zona nda) abbiamo convissuto per anni diventando un’unica famiglia».
In quest’area del sud ci sono stati aspri combattimenti?
«Una battaglia molto dura si è svolta qui vicino a El Ghandouriye dove i commando israeliani sono stati sbarcati dagli elicotteri. Sono andato di persona sul luogo e ho visto divise stracciate e garze intrise di sangue, segno che gli israeliani hanno avuto morti e feriti. Proprio in questa zona abbiamo trovato la piastrina di un soldato israeliano. Era riposta in una fodera dell’unità Golani. L’ho fatta vedere a lei e agli italiani che ho incontrato questa mattina, ma poi un rappresentante dell’autorità libanese l’ha saputo ed è venuto a prenderla».
Quali richieste avete avanzato agli italiani?
«Abbiamo bisogno di gasolio per far funzionare la pompa dell’acqua potabile, perché la cisterna è stata danneggiata dalla guerra. L’aiuto che ci sta più a cuore, però, è quello di rimettere in sesto la scuola, perché l’apertura delle lezioni è alle porte. Tutte le famiglie del paese mandano i loro figli nella nostra scuola e vengono studenti anche da altri villaggi. La scuola ha subito danni leggeri, come i vetri delle finestre che sono andati tutti in pezzi. L’edificio ha bisogno solo di manutenzione».
Era meglio prima con la sola presenza militare di Hezbolalh o adesso che è arrivato l’esercito libanese?
«Come cittadini o sostenitori di Hezbollah o di Amal non abbiamo mai voluto mettere in piedi uno Stato nello Stato. Eventualmente siamo stati abbandonati dallo Stato, che prima ha lasciato entrare i palestinesi e poi gli israeliani. Siamo i primi a volere il ritorno dell’autorità dello Stato libanese».
Come si può risolvere il problema del disarmo di Hezbollah?
«Questa è una faccenda interna che va discussa fra di noi. Parlo da libanese del sud non come Hezbollah: se domani consegnassimo le nostre armi chi ci garantirebbe che Israele non continuerà a compiere incursioni in Libano?».
I caschi blu italiani dovrebbero appoggiare l’esercito libanese nel sequestro delle armi al sud. Li ostacolerete?
«Noi rispettiamo la risoluzione 1701 dell’Onu, ma vogliamo fatti non parole. Quando gli aerei spia non sorvoleranno più il Libano, le navi israeliane lasceranno le nostre acque e i commando non torneranno con gli elisbarchi nel sud, allora crederemo veramente che l’Onu ha due occhi e non solo uno. In questo caso saremo disponibili al disarmo».