Siffert, lo svizzero volante che regalava Ovomaltina

Dandy, veloce, istruttore di Steve McQueen. Batteva Ickx e Clarke. Morì in pista

Paolo Brusorio

nostro inviato a Locarno

Quando sul set di «La 24ore di Le Mans» chiesero a Steve McQueen a chi volesse assomigliare, lui non perse tempo a pensarci: «A Jo». Joseph Siffert. Seppi da giovane e Jo da grande. O anche lo «svizzero pazzo». Correva negli anni Sessanta Siffert e correva ovunque. In F1 con Lotus, March e Brm; in F2, nel mondiale marche sulla Porsche e nella Can Am, il circuito americano. Ora la sua vita è tutta in un film, Jo Siffert live fast - Die Young (vivere veloci - morire giovani) presentato al festival di Locarno: nato a Friburgo nel 1936, infanzia da inventarsi, famiglia povera e una passione smisurata per la velocità.
«Aveva un solo hobby e l’ha trasformato in un lavoro», dicono i suoi vecchi amici nel film: le moto, una Gilera 125 fu il primo cavallo da domare, poi le quattro ruote con l’esordio in Formula uno nel gran premio del Belgio del 1962. Non sarebbe più sceso fino a un pomeriggio del 24 ottobre del ’71: ancora Brands Hatch, il circuito del suo destino. Sulla pista inglese aveva vinto il suo primo gran premio nel ’68, erano gli anni di Jochen Rindt, Graham Hill, Jackie Stewart, Denis Hulme. E prima ancora di Jim Clarke, che Siffert tenne dietro in una Targa Florio.
Ma in quel pomeriggio di autunno qualcosa andò storto sulla collinetta di Hawthorn, il tratto più veloce della pista: la sua Brm impazzì e prese fuoco. Siffert morì a 34 anni per asfissia. Per la scuderia inglese fu un anno bestiale: se ne andò anche Pedro Rodriguez, «il bandito messicano», re di Le Mans nel ’68, quando a dare il via fu Gianni Agnelli. Non ha mai sprecato una goccia di vita, c’erano i Beatles e la minigonna, gli hot pants e la basetta cool: Jo piaceva alle donne e lui ricambiava molto volentieri. Fino al mercoledì, però. Dal giovedi c’era spazio solo per i motori. Quando era giovane e senza un franco, saltava i pasti pur di risparmiare, «non ho fame» la scusa per quegli amici. Una sigaretta via l’altra, dormiva nelle pensioni a una stella o nelle fattorie.
In Formula uno ha corso 96 gran premi e ne ha vinti due. Il primo con la Lotus nel ’68 in Gran Bretagna davanti alla Ferrari di Chris Amon: «È nata una stella» scrissero i tabloid britannici; «un piccolo svizzero salva la faccia agli inglesi sulla pista di casa» commentò l’Equipe. Il secondo con la Brm in Austria nel ’71 davanti a Emerson Fittipaldi, e arrivò quarto nella classifica finale, ma la sua riserva di caccia è stata il mondiale marche. Con l’eccezione di Le Mans, nessun tempio gli ha resistito: 24 ore di Daytona nel 1968 su una Porsche 907, poi la 1000 km di Spa con la 917 in coppia con Redman. E dopo ogni successo, per sdebitarsi, regalava agli amici un pacco di Ovomaltina.
Un po’ bohemien e un po’ eroe popolare: per questo era il preferito di Steve McQueen, per questo entrò nei fumetti sul pilota Michel Vaillant e per questo a Friburgo gli hanno dedicato una stramba fontana fatta con i pezzi di un motore. Il giorno del suo funerale, a Friburgo erano in 55 mila a salutarlo: prima della bara sfilò un muletto della sua Brm listato a lutto. «Ho dimenticato la giacca» fu l’ultima cosa che disse alla moglie uscendo di casa. Jo Siffert andava di fretta anche quel giorno.