Il sigillo del Maestro sulla settima arte

Da lunedì al 22 aprile Milano rende omaggio al regista svedese con una rassegna di film e incontri

Vittorio Sgarbi ha presentato «Faro su Bergman», rassegna promossa dal Comune, ideata da Piergiorgio Carizzoni e organizzata dall'associazione Dioniso, che comincerà lunedì al Teatro Strehler con l'incontro (ore 21, ingresso 7 euro) con Bibi Andersson, protagonista per Bergman di Persona. Al cinema Gnomo da martedì si proietteranno invece vari film: il primo sarà Alle soglie della vita. La rassegna prevede poi convegni e una mostra fotografica (Fondazione Catella), eppure chi non ha cinquant'anni, di Bergman al massimo sa che è esistito, nonostante un Leone e una Palma alla carriera, tre Oscar e una raffica di Leoni, Palme e Orsi d'oro ai suoi film.
Il mondo del cinema è stato dunque molto meno inquisitorio con Bergman di quanto il mondo della filosofia lo è stato con Heidegger, dimenticando, complice la Guerra fredda, che questo svedese non era stato affatto neutrale fra 1939 e 1945. Bergman - come Heidegger - non rinnegò le sue idee politiche giovanili, si limitò a non parlarne più. E, in un'epoca secolarizzata, cercò un rapporto con la divinità. Suo padre era stato pastore di Corte a Stoccolma, ma Bergman aveva caro anche il passato pre-protestante, come l'età delle crociate. Da esse torna il cavaliere von Bock (Max von Sydow) del suo film più famoso, Il settimo sigillo (1956, premio speciale della giuria a Cannes). Avendo perduto ogni illusione, è lucido davanti alla Morte personificata (Bengt Ekerot) e la sfida a scacchi; sa di perdere, ma consente ai saltimbanchi - la sua stessa categoria - di sfuggire al destino. Morale: il cavaliere muore, il cinema resta.
Del resto Bergman aveva cominciato presto a guardare alla vecchiaia (Il posto delle fragole, 1957, Orso d'oro), in una marcia d'avvicinamento alla morte conclusasi proprio nell'isola di Faro, dove si era ritirato e dove aveva girato Sarabanda, ultimo suo film (2003), che pochi in Italia hanno visto, sempre per ragioni di censura: ci si scorgeva l'opera di un vecchio, che racconta di un altro vecchio, tormentato dalla libidine che non può soddisfare? Bergman l'ammetteva, severo con se stesso quanto con gli altri. E ammetteva i turbamenti della sensualità fin da giovane, sincerità che colpiva gli altri registi in un periodo di imbarazzati silenzi: non è un caso se il manifesto che Jean-Pierre Léaud strappa dalla vetrina del cinema, in una scena dei 400 colpi di François Truffaut, è quello di Monica e il desiderio (1950), apologo panico dell'erotismo che in Italia si è visto integrale solo con l'uscita del film in dvd (Bim).
Meno problematico sarà il rapporto di Bergman coi censori dalla metà degli anni Sessanta. Il volto (1963) e Persona (1966) parevano contenere innominabili segreti. Poi, in epoca sessantottarda, quando ormai tutto - meno il buon gusto - era permesso, al cinema e fuori, quei film parvero castigati, una delusione insomma. Intanto l'erotismo dei personaggi di Bergman non era più solare, come quello della leggendaria Monica; era diventato gelido, desolato. Ora Bergman riposa nel Walhalla dei grandi nordici e qualcuno di questi film torna visibile a Milano: li guarderanno ragazzi di oggi e di ieri ragazzi, quelli che, davanti ai «flani» pubblicitari di un'infanzia ormai remota, si chiedevano - come il piccolo Antoine Doinel di Truffaut - che misteri celasse la vita. Scopriranno come Bergman avesse cercato di avvertirli che davanti a loro c'erano gli stessi sentieri interrotti percorsi da Heidegger.