Il «signor dieci per cento» dribbla tutte le condanne e arriva sul podio

Hanno eletto un simbolo e un’incognita. Il simbolo sono quei 20 anni di matrimonio con Benazir Bhutto, troncati il 27 dicembre scorso dal terrore fondamentalista. L’incognita è in quel soprannome di «signor dieci per cento» che il neo designato 52enne presidente Asif Ali Zardari si tira dietro dal 1988. Quell’anno, pochi mesi dopo il matrimonio, Benazir, l’orfana del deposto e impiccato presidente Zulfikar Bhutto, vince le elezioni e sogna di cambiare il Pakistan. Ma il potere cambia lei. In due anni la sua immagine di giovane pasionaria si trasforma in quella di madrina della corruzione.
Deposta nell’agosto 1990, Benazir si trasferisce sui banchi dell’opposizione mentre Asif Ali Zardari trasloca nelle patrie galere accusato di estorsione e minacce di morte ai danni di un uomo d’affari. Il triennio fatale in cui Zardari si trasforma definitivamente in «grande mariuolo di regime» inizia nel 1993, quando Benazir vince di nuovo le elezioni, governa per altri tre anni e finisce nuovamente travolta dagli scandali. Mesi dopo, il marito è accusato di essere il mandante del misterioso assassinio di Murtaza, il fratello maggiore di Benazir che vedeva Zardari come il fumo negli occhi. A quell’accusa s’aggiungono le imputazioni di corruzione, estorsione e traffico di droga che lo tengono in galera fino al 2004. All’estero non va meglio. Nel 1998, Parigi lo accusa di aver promesso alla Dassault un contratto per la sostituzione di tutti i velivoli dell’aeronautica pachistana in cambio di una percentuale del cinque per cento. Nel 1999 un’inchiesta del Congresso americano punta il dito sui 40 milioni di dollari versati su un conto di Citybank in cambio di una licenza di monopolio sulle importazioni d’oro al Pakistan. Il 6 agosto 2003 la magistratura elvetica condanna Benazir e Asif a sei mesi di carcere per riciclaggio di denaro ordinando la restituzione di undici milioni di dollari sottratti a Islamabad.
Nonostante queste accuse e gli undici anni passati in carcere, Zardari dribbla qualsiasi condanna definitiva. Così, quando a febbraio succede alla moglie e conquista il controllo del Parlamento, fa immediatamente votare una legge che sana tutte le sue pendenze giudiziarie. Subito dopo si lancia a testa bassa nella corsa alla presidenza, giurando di voler far piazza pulita di tutte le piaghe dell’era Musharraf. Promette il reinsediamento dei giudici della Corte Suprema deposti per aver osato contrapporsi al presidente-generale; s’impegna a cancellare i poteri straordinari che consentivano al predecessore di sciogliere il Parlamento; garantisce di voler condurre una guerra a tutto campo contro il terrore fondamentalista. Ma tutto quell’impegno scema man mano che la campagna s’avvia all’epilogo. Dopo aver dimenticato le promesse ai giudici e la rinuncia a tutte le prerogative eccezionali, Zardari ha concluso la campagna barattando il voto dei partiti islamici con la riapertura di due madrasse conosciute come covi del terrore fondamentalista. Ora, la sua debolezza e i suoi scheletri negli armadi rischiano di ridurlo alla mercé di quei generali dell’Isi (Inter Services Intelligence) che da sempre gestiscono le alleanze con i movimenti fondamentalisti e li ospitano in quei santuari del Baluchistan e della Frontiera del Nord Ovest diventati le nuove roccaforti di Al Qaida.