Il Signor Fisco ci spreme e se ne vanta

Da alcuni giorni il viceministro Vincenzo Visco sprizza gioia da tutti i pori. A suo dire, il semplice arrivo della compagine governativa (e, lo si capisce, della sua stessa presenza nell’esecutivo) avrebbe rappresentato un chiaro messaggio ai contribuenti, che subito si sarebbero messi in riga. Chi un po’ più e chi un po’ meno, quasi tutti avrebbero ridotto la loro quota di evasione a sostanziale beneficio delle entrate.
È chiaro a tutti che i conti pubblici sono in una situazione assai difficile e che una riduzione del deficit può rappresentare un fatto positivo. Ma in realtà nulla ci autorizza a credere che quelle nuove e cospicue entrate aggiuntive (si parla di 37 miliardi di euro aggiuntivi) saranno destinate a ridurre i debiti dello Stato.
Per giunta, c’è una questione che l’esponente del governo - tutto felice dei risultati ottenuti - sembra bellamente ignorare.
Infatti, Visco appare inconsapevole del fatto che l’economia non potrà rimettersi in moto se non si riduce il rapporto tra prelievo fiscale e prodotto interno. Le imprese della penisola patiscono una tassazione a dir poco soffocante, la quale rende loro difficile competere con i soggetti di altri sistemi economici: a partire dai concorrenti dell’Europa centro-orientale, dove spesso vi è una tassa unica inferiore al 20%. Ed è egualmente inutile lanciare alti lamenti quando le aziende cinesi o indiane sottraggono quote di mercato all’economia nostrana se poi non si fa nulla per fronteggiare tutto ciò.
In un’Italia ad altissima tassazione, quello che a Visco pare un grande risultato rappresenta di fatto un aggravamento della situazione. Dire «aumento delle entrate» è un eufemismo, dietro al quale si nasconde la triste realtà di un settore pubblico che assorbe una quota crescente delle risorse del settore privato.
Presente l’altro giorno in un dibattito a cui partecipava anche l’economista Francesco Gavazzi, l’ex ministro Giulio Tremonti ha segnato certamente un punto a suo favore quando, discutendo di liberalizzazioni, ha sostenuto che la prima vera liberalizzazione consiste nel non aumentare il prelievo fiscale. Eppure ciò è quanto tale governo, ci informa Visco, ha quasi istantaneamente realizzato al suo semplice apparire al cospetto degli italiani.
La vera sfida da vincere, oggi, consisterebbe nel ridurre la spesa pubblica: cominciando dai principali carrozzoni ministeriali. Sembra però difficile che la maggioranza attuale, che ha la propria base sociale nei dipendenti statali, possa porre un freno agli appetiti degli alti burocrati e delle masse impiegatizie sindacalizzate. Per giunta, i pregiudizi ideologici che gravano su larga parte del centrosinistra (e non solo nelle ali estreme) rendono difficile che si possa avviare un processo di apertura al privato in settori cruciali per la spesa: dalla scuola alla sanità.
Oggi come oggi, non c’è nessuno al governo che sia sfiorato dall’idea di introdurre una qualche forma di concorrenza nelle aule scolastiche o nelle corsie d’ospedale. E allora ci si limita ad eliminare i vincoli sulle distanze tra un cinema e l'altro o a permettere la vendita della benzina negli ipermercati. Ma nel momento in cui non si tocca il cuore della spesa e non si ha neppure il coraggio di immaginare le liberalizzazioni di cui l’Italia ha più necessità, l’esosità del gabelliere Visco diventa indispensabile a tenere in piedi la baracca.
La baracca dello Stato, naturalmente, che resta salda e ben riscaldata a scapito dell’economia reale e delle prospettive dell’intero Paese.