La signora degli anelli

P overa Manaudou, la bella faccia piena di lacrime nascosta dall’asciugamano. Seguo le Olimpiadi del 2008 a Pechino pochissimo e con crescente fastidio, mi irritano gli strafalcioni, le sgrammaticature, i neologismi impossibili dei commentatori, lo sforzo congiunto a convincerci tutti noi, poveri fessi, che «la politica non deve entrare nello sport». Però devo riconoscere il debole per le vittorie delle donne, giustamente messo in risalto ieri da il Giornale. Queste Olimpiadi non sono da prima pagina, ma le donne lo sono. Per questo mi dispiace ancora di più della caduta di Laure, bella e sventata, e non perché ha perso la gara nella quale sperava tanto, e ha perso faccia e carriera. Succede a tanti, le gare sportive, a seconda di come le guardi, sono un mattatoio o la metafora della vita. Ma lei l’ha fatta veramente grossa. Si è innamorata ed è fuggita con il suo amore, il nuotatore italiano Luca Marin, ha mollato l’allenatore, ha messo un anello all’anulare sinistro, poi lo ha restituito anzi glielo ha tirato addosso, è finita svergognata su siti per fotografie audaci che aveva fatto spontaneamente, si è altrettanto clamorosamente e mediaticamente fidanzata con un altro nuotatore francese, insomma ha bruciato un destino glorioso già segnato, perché nessuna era più brava di lei, da quando ancora minorenne, aveva già vinto l’oro nei quattrocento stile libero.
Adesso, mentre piange, dice che forse si ritira, che forse non vale più la pena, e ha solo ventidue anni. Non è né la prima né l’ultima sbattuta dal proprio talento e dal business troppo presto in prima pagina. Russe, romene, tedesche, enfants prodige di Olimpiadi passate, raccontano poi storie di delusioni, droga, solitudine, di vite espropriate. Ma lei ha fatto davvero troppo presto e bene a rovinarsi, e ci ha messo del suo, in una specie di delirio di onnipotenza che le ha mangiato la vera cosa che conta: il carattere
Le donne italiane protagoniste di questi giorni hanno storie completamente diverse, di sacrifici senza sgarri, rifiuto cortese ma sostanziale dei giornali e dei servizi fotografici, vita privata riservata, mestiere di militare e figli che non le hanno fermate, anzi. Più che per superiorità innata, sembrano vincere in grazia di queste virtù, praticate con tenacia anche in giornate dove l’unico risultato vistoso è il dolore del corpo. Anche a Pechino hanno vinto superando batoste appena prese e dolori che le perseguitano. Nel giorno della retorica sdolcinata hanno chiesto meno tasse, ricordando che i loro compensi non sono certo da ricche. Tutto il contrario della povera Manaudou.