«Signora K», trilogia del dramma

Viaggio attraverso la storia di Agota Kristof, scrittrice ungherese testimone d’angoscia

Agota Kristof imparò a leggere subito, in Ungheria, prima di tutti gli altri bambini, a quattro anni. Però sarà costretta a fuggire a causa della guerra: andrà in Austria, dove imparerà il tedesco, e poi in Svizzera, dove comincierà a lavorare in una fabbrica. Qui sentirà parlare le altre operaie, senza capirle: la loro lingua è il francese. Agota scoprirà di essere un'Analfabeta, ovvero di non conoscere il modo d'esprimersi altrui, e quindi di essere completamente impotente.
Vita vera, reale, vita di una scrittrice esiliata, che ha avuto due matrimoni e tre figli, in giro per l'Europa solo con la sua scrittura, la sua lingua. È la storia della Kristof, l'artista ungherese a cui Cristina Crippa ed Elio De Capitani hanno dedicato la «Trilogia della signora K», nuova produzione di Teatridithalia, in scena fino al 22 giugno al Teatro dell'Elfo. Con un linguaggio già densissimo e potente di per sé, e una resa teatrale che lo rende ancora più estremo e forte, i due - attori e registi - hanno percorso un viaggio attraverso la scrittura, e la lingua, della Kristof: «Siamo partiti dall'Analfabeta, è stata un'idea di Cristina - dice Elio De Capitan, che per le ultime repliche è sostituito in scena da Gabriele Calindri -; è da anni che lavoriamo prima su questo testo, poi su "L'ora grigia" e infine abbiamo unito "La chiave dell'ascensore"».
Se «L'Analfabeta», oltre che un racconto autobiografico (2004), è un modo per introdurre il pubblico alla scrittura della Kristof (in cui la Crippa con Elena Russo Arman interpreta Agota), i due seguenti sono un crescendo d'intensità ed emozioni, simboleggiano il viaggio della Kristof verso il teatro: ne «L'ora grigia» De Capitani (Calindri) e la Crippa sono in una stanza, la vecchia prostituta con il suo vecchio cliente. Il sesso ormai non c'entra più. Ma non riescono a fare a meno l'uno dell'altro, lei prostituisce la sua compagnia, finge di essere forte. Insieme bevono, parlano, si raccontano bugie, hanno bisogno di affetto e non se lo concedono. Sono soli. E proprio la solitudine è il tema, il punto che lega «L'ora grigia» con «La chiave dell'ascensore», dove il senso di angoscia cresce in maniera esponenziale: una donna, Maddalena Crippa, è su un'enorme sedia a rotelle, chiusa in una torre, solo una finestra davanti a sé. È sposata, ma il marito, in modo truce, la rende a poco a poco paralizzata e cieca: dice di amarla, e di provvedere alla sua salute. Vuole, invece, ucciderla amputando a poco a poco il suo corpo, e lei lo lascia fare.
Tutto accompagnato dalle note emozionanti del violino di Stefania Yermoshenko, con la splendida scenografia di Ferdinando Bruni.