La Signora soffre contro un ottimo Milan, ma riesce a congelare il pareggio. Espulso Gattuso

Tutto in due settimane. Domenica 26 febbraio: si chiudono i Giochi olimpici di Torino con una vittoria trionfale dell’Italia, da molti considerata la più bella, la più suggestiva, la più simbolica. Giorgio Di Centa, fratello di, fa saltare in piedi un intero Paese dominando la gara con la maiuscola, quella 50 chilometri di fondo che evoca subito fatica, leggenda, mito. Siamo proprio fieri di lui. Siamo proprio fieri, una volta tanto, d’essere italiani.
Si passa al lunedì. In sede di commento, con il ciglio ancora umido e il cuore ancora in tumulto, lanciamo proclami struggenti. A riecheggiare nei cieli d’Italia non è tanto quello del sindaco Chiamparino ancora in preda ad euforia da Barbera (“Dopo questi Giochi, Torino è la locomotiva del Paese”), quanto l’impegno collettivo nei confronti dei nuovi eroi olimpici. La stampa promette, i tifosi promettono, i politici promettono: mai più indifferenza.
Impossibile dimenticarli, quei discorsi nobilissimi. Basta con questa monomania calciofila, gli ascolti televisivi sono lì a dimostrarlo: l’Italia è cresciuta, l’Italia è maturata, c’è una gran voglia di sport nuovi, sereni, edificanti, diversi. Facciamo a gara nel dipingere ambientazioni disneyane, popolate da leggiadre Kostnerine e valorosi Fabrisoni, tutta una favola azzurra trapuntata di belle facce, di buoni sentimenti e di nobili propositi. Ma sì, i nostri ragazzi se lo meritano, guarda quanto sono gioiose queste immagini di pattinatori e fondisti orgogliosamente avvolti nel tricolore, non come quei mercenari debosciati della nazionale di calcio che ancora non hanno imparato l’inno di Mameli...
Un processo di autocoscienza che gronda lacrime e sangue. Mai più, mai più indifferenza. Pentimento collettivo e giuramento solenne: stavolta non li dimenticheremo. Negli studi Rai vengono appesi tutti gli ex-voto: con il senso della misura e la sobrietà che li contraddistingue, Mazzocchi&C. guidano il grande melodramma di Stato. Meno calcio, più sport minori. Però attenzione: anatema e maledizione su chi ancora oserà chiamarli minori. Giuro, mai più indifferenza.
E loro, gli ingenui eroi olimpici? Finalmente appaiono paghi. Deportati in gita premio persino al Festival di Sanremo, luogo dove un personaggio pubblico riceve la patente di esistere, finalmente avvertono che i loro sforzi, le loro fatiche, i loro sacrifici raggiungono un senso compiuto. Era ora, mai più indifferenza.
Sei giorni dopo Sanremo. Sabato, l’altroieri. Il più celebrato dei nuovi eroi azzurri, il fondista Giorgio Di Centa, si piazza secondo nella 50 chilometri di Coppa del Mondo, risultato eclatante perché arriva dopo due settimane di allenamenti inevitabilmente a singhiozzo, causa inevitabili festeggiamenti. È comunque un secondo posto in Coppa del mondo, non a Giochi senza frontiere. Un grandissimo risultato in una grandissima gara.
Domenica, ieri: due sole settimane dopo la gloria olimpica, i pentimenti nazionali e lo storico proclama «Mai più indifferenza». Telegiornali: nessuna traccia di Di Centa. Repubblica: nemmeno una riga. Corriere della Sera, Stampa e Giornale: una breve. Due settimane possono bastare per tornare in Italia, dopo un lungo viaggio nell’ipocrisia.