SIGNORE IN NERO Il delitto di essere donna

Intrighi e misteri firmati George Eliot, Louisa May Alcott, Charlotte Perkins Gilman ed Edith Wharton

Nell’infinito cosmo dei luoghi comuni, spiccano per eleganza e stile «l’altra metà del cielo» e «l’universo femminile». Pressoché sinonimi, sono, com’è d’obbligo per il genere in questione, spazi vuoti ai quali chiunque (maschio o femmina) può ricorrere per stiparvi mercanzie vagamente sociologiche o «di costume» inerenti la Donna. Accade tuttavia che autorevoli «lei», affisse loro malgrado all’Altra Metà del Cielo o lanciate in orbita androstazionaria nell’Universo Femminile, lascino cadere, con la nonchalance tipica delle vere signore, tracce della loro autentica essenza, quali profumati fazzolettini atti ad accalappiare gli spasimanti. E lo compiono, quel gesto sublime che apre il gioco seduttivo, nei luoghi e nei momenti più imprevedibili.
Prendiamo George Eliot (1819-1880), Louisa May Alcott (1832-1888), Charlotte Perkins Gilman (1860-1935) ed Edith Wharton (1862-1937). Certo, non il massimo dell’avvenenza. Ma il loro fascino ha fatto leva sulle parole. Parole che la prima celò sotto lo pseudonimo maschile (si chiamava Mary Ann Evans) lasciandole fluire verso Il mulino sulla Floss o nelle campagne di Middlemarch; che la seconda regalò sotto forma di ricordi e di consigli alle sue Piccole donne; che la terza brandì nelle battaglie femministe sulla rivista The Forerunner; che la quarta impiegò per mostrare come una società ipocrita e perbenista uccide, restando impunita, L’età dell’innocenza. Trovare in quelle parole porzioni dell’Altra Metà del Cielo e dell’Universo Femminile è sin troppo facile. Il gusto della scoperta, il piacere che l’uomo prova dicendosi «ecco una donna», queste signore, per l’occorrenza «in nero», ce lo forniscono altrove.
Per esempio qui, nella raccolta di quattro loro racconti dal titolo Il velo strappato e altre storie (La Tartaruga edizioni, pagg. 294, euro 16,50, traduzioni di Francesca Avanzini, Simonetta Mustari, Bibi Tomasi e Laura Rossi). Il velo strappato è quello con cui George Eliot veste il suo Latimer. Il poveraccio possiede la facoltà di prevedere, in certi momenti, il futuro. Tale dannata luccicanza gli mostra addirittura la propria fine. «La stanchezza e il disgusto di questa involontaria intrusione nelle anime altrui erano controbilanciati solo dalla mia ignoranza di Bertha e dalla mia crescente passione per lei, enormemente accresciuta, se non addirittura prodotta, da quella ignoranza». Ecco la donna, che è sempre enigma e che per questo ci cattura. «Non devo mai fare lo sforzo di inventare per ingannarti, mio piccolo Tasso. - dice l’ineffabile Bertha -. Il modo migliore per ingannare un poeta è dirgli la verità». E l’uomo che ama non si sente, in qualche modo, sempre poeta?
La tenera e rassicurante Louisa May Alcott, prima del clamoroso successo che le diedero piccole donne e piccoli uomini assortiti, in Dietro la maschera descrive l’irresistibile ascesa di una diabolica trentenne la quale, accolta come istitutrice in una ricchissima famiglia, si «cucina» a puntino, da consumata psicologa, ben altre donne e ben altri uomini fino ad accasarsi al meglio, riscattando le sue umili origini. «Io sono una strega - dice sorridendo l’inquietante Jean a una delle vittime -, e un giorno il mio travestimento svanirà e mi vedrete come sono: vecchia, brutta, cattiva e perduta. State attento finché siete in tempo. Io vi ho avvertito e ora amatemi pure a vostro rischio e pericolo». Più chiara di così... Eppure, quante volte gli occhi dell’anima ci spacciano per realtà fantasie e desideri?
Al centro de La carta gialla di Charlotte Perkins Gilman, invece, non c’è una donna cattiva, bensì una malata di mente (forse) soffocata dalle attenzioni di un marito grigio come il cielo di novembre e immobilizzata in un tedio senza scampo. È un pezzo di bravura che vede la protagonista lottare con la carta da parati della sua stanza, entrare in quel disegno angosciante e concentrazionario per poi, con sforzo sovrumano, uscirne. «Sono venuta fuori finalmente, nonostante te \ e Jennie. E ho strappato quasi tutta la carta da parati, e non riuscirai a ficcarmici dentro di nuovo!». Chi vuole vederci una semplice metafora del riscatto femminile, si accomodi. Ma dietro quella carta gialla c’è molto di più...
La pienezza della vita di Edith Wharton si muove infine su un registro molto lontano dai precedenti, quello dell’ironia. La signora in questione muore. Accolta in cielo dallo Spirito della Vita, questi le propone come... accompagnatrice, l’anima di un uomo bello e sensibile, agli antipodi rispetto al suo marito terreno. Ma lei, dopo un fugace flirt, rifiuta l’accoppiamento spirituale: le manca tanto lo scricchiolio degli stivali del consorte sulla soglia di casa! «Ma spesso ho pensato - dice la casalinga disperata d’antan - che la natura di una donna sia simile a una grande casa piena di stanze: c’è l’ingresso, attraverso il quale tutti passano avanti e indietro, la sala dove si ricevono le visite formali, il salotto dove si radunano i membri della famiglia quando vogliono, ma più in là, molto più in là ci sono altre stanze, le cui porte magari non vengono mai aperte, nessuno sa come arrivarvi, nessuno sa dove conducano, e nella stanza più segreta, nel sancta sanctorum, l’anima sta sola, in attesa di udire un passo che non arriva mai». C’è bisogno di aggiungere altro?