Signori, il «food design»: anche l’occhio ha appetito

Alla Città del Gusto fino al 7 ottobre una mostra sui «capolavori» del made in Italy in cucina: dalla caffettiera al «moscardino»

Chiara Cirillo

«1954-1967: gli anni della dolce vita e del boom. Anni che segnano anche il periodo della crescita del disegno industriale». Inizia con queste parole, il percorso espositivo interamente dedicato al «food design» che il Gambero Rosso (www.gamberorosso.it), già arguto inseguitore delle strade del gusto e apripista per le nuove tendenze, presenta in questi giorni alla Città del Gusto in via Enrico Fermi.
Questa volta dunque non parleremo di cibo, o perlomeno non propriamente, né tanto meno di vino: bensì di design, e in particolare di quella parte di estetica e tecnologia sempre in più stretta connessione con l’universo «food&wine». La mostra è infatti dedicata a oggetti e a utensili d’autore che in mezzo secolo hanno costruito il gusto estetico nelle cucine degli italiani. «Food design story: 50 anni di premi Compasso d’Oro in mostra», questo il titolo dell’esposizione inaugurata giovedì scorso, passa in rassegna alcuni tra i progetti premiati o segnalati che hanno imposto lo stile italiano nel mondo. Nello spazio centrale del quartier generale della holding Gambero Rosso, la struttura inaugurata tre anni fa che ospita eventi, scuole professionali e amatoriali di cucina, degustazioni, un’osteria, un wine bar, una pizzeria e gli studi della tv Gambero Rosso Channel, ecco snodarsi il percorso espositivo. Salendo al primo, dal dopoguerra fino all’anno appena passato, ripercorriamo la storia del vivere le nostre cucine. E se fino ai primi anni Sessanta si parla di boom, è salendo al secondo piano che si giunge alla vera esplosione rivoluzionaria, quella del ’68, anno in cui entrano in crisi alcune certezze, anche nei principi industriali: signore e signori siamo nel post-moderno. Sono gli anni della caffettiera 9090 di Richar Sapper, tanto per capirsi, quella liscia, dalla forma più allungata e con la base più schiacciata della nostra Bialetti. Salendo ancora (le scale naturalmente) arriviamo agli anni Ottanta, anni della consacrazione del design italiano in campo internazionale, in cui oltre alla funzionalità si inizia a prestare attenzione anche all’essenza estetica e decorativa di ciò che rimane del periodo postmoderno. E poi arriviamo fino ai giorni nostri, al design del Terzo millennio: nei quali all’attenzione per la funzionalità e per l’estetica si aggiungono tematiche importanti, come lo sviluppo sostenibile, l’ecologia: oggetto-emblema di questo periodo è senza dubbio il «moscardino», una forchetta-cucchiaio usa e getta, biodegradabile, a base di amido di mais, grano e patata. E così il Gambero Rosso fa centro anche questa volta: mettendo insieme questi due mondi, facendoli dialogare e raccontando i nomi e le storie esemplari di ieri e di oggi.
Ma cerchiamo di capire meglio, che cosa è davvero il «food design», cosa si intende con questo termine. Per saperne di più, abbiamo sentito Ramona Vitale, interior designer, romana d’adozione, ma soprattutto, grande appassionata di questo fenomeno che impazza nella Capitale. «Il food design, letteralmente “progettazione del cibo”, è una vera e propria architettura alimentare. Nel food design si fondono due pratiche artistiche: l’arte visiva e quella culinaria. Si tratta di appagare le aspettative dei palati anche più esigenti e di mettere a disposizione di ogni tipo di pubblico vere architetture per la bocca».
Il design, dunque, trova forme e modi per adattare linee ed estetica a funzioni legate alle esigenze di gusto. In fondo, entrambe sono due realtà legate dalla ricerca del bello e del buono, in una parola del gusto. Certo, va da sé, cibo significa fornelli, utensili ma anche ristorante e cucina, piatti e ricette, vini e bicchieri, contenitori e, ovviamente, contenuto. «A partire dal dopoguerra - ricorda Vitale - di passi avanti in materia di food design se ne sono fatti, e a oggi molti stilisti e designer stanno investendo notevoli risorse nel futuro di questa nuova disciplina, anche riprendendo forme antiche e familiari».
A ben vedere, stando a questa filosofia oltre a ciò che cuciniamo dovremmo porre attenzione anche a come lo prepariamo e soprattutto con che cosa. Non è certo questa la sede per sminuire i cari, a volte vecchi, utensili della nostra cucina. Ma se proviamo a farli convivere con qualche pezzo di design, avremo un piacere doppio. Provare per credere.
«Food design story. 50 anni di premi Compasso d’Oro in mostra», alla Città del Gusto (via Enrico Fermi, 161) fino al 7 ottobre. Orari di apertura della Città del Gusto. Ingresso gratuito. Tel. 0655112205, e-mail eventi@gamberorosso.it, www.gamberorosso.it