«La signorina Julie», Strindberg in scena

Carmelo Rifici conclude il suo master triennale

Viviana Persiani

«Come in uno stato di allarme gli attori non si adagiano sul loro ruolo, non possono permettersi di appoggiarsi». Nella molleabilità di un lavoro in continuo divenire e sempre in fase di modifiche che Carmelo Rifici presenta al Teatro Litta fino al 23, c'è lo sguardo attento e innovativo di un regista in erba orientato verso la perfezione della scrittura strindberghiana.
Con La Signorina Julie, Rifici conclude il suo master triennale per la regia teatrale ideato dei direttori del teatro di Corso Magenta Antonio Syxty e Gaetano Callegaro, Work in progress lanciandosi nel panorama artistico italiano con un background di tutto rispetto.
Il giovane regista, rispettando le scelte artistiche della direzione del Litta, si è addentrato quest'anno nella complessità del testo articolato di August Strindberg. «In sintonia con la stagione teatrale presentata quest'anno dal Teatro Litta, incentrata su tragedie di drammaturghi del Nord Europa, i due direttori hanno preferito propormi questo testo di Strindberg, vero capolavoro scritto da un drammaturgo che ha rappresentato uno spartiacque tra la produzione dell'Ottocento e la scrittura moderna del Novecento».
August Strindberg non è uno degli autori più semplici ma Rifici, seguendo il suo estro artistico e il suo stile preciso che nulla lascia al caso, ha trasposto sulla scena un testo impegnativo. «È un lavoro disseminato di trappole, un testo definito "tragedia" dove in realtà, sono assenti gli elementi classici del genere».
Spazio all'analisi, dunque. «Direi che si tratta di una tragedia quasi introspettiva dove i protagonisti non sono dei personaggi in carne ed ossa, bensì delle anime che giocano con frammenti di umanità, alla ricerca di un'identità introvabile. Già partendo dal titolo sorgono dei dubbi; la signorina Julie, in realtà, è una donna non poi così tanto giovane e inesperta. Infatti si tratta di una donna di 25 anni, che tuttavia si muove e agisce con la superficialità di una bambina, rappresentando la frantumazione della personalità umana. La protagonista, dopo aver sedotto un servo, paga con il suicidio le conseguenze del gesto. Partendo la questo antefatto, la tragica sorte della contessina viene scandagliata attraverso una serie di eventi responsabili della formazione e della maturità della donna».
Grande artigianato artistico, dunque, dove ogni elemento ha un senso: curato nel dettaglio (come l'aspetto fonico, senza dimenticare i costumi, i colori non casuali e le scenografie) La Signorina Julie è frutto di un budget limitato, ma con un elevato valore artistico, estetico, professionale.
«Gli attori che calcano la scena non hanno mai lo stesso ruolo, ma si alternano. Ecco perché non ho lavorato sul personaggio, bensì sull'ambiguità mutabile. Di conseguenza lo spettacolo cambia ogni sera, perché i tre attori si condizionano a vicenda e, anche se non si parla di improvvisazione, ognuno di loro non conosce le reazioni dell'altro e si adegua alla situazione».