Una Sigonella a Kabul

Sigonella in Afghanistan? Non è solo una ipotesi, non è ancora un allarme. Ma è certo che i rapporti fra Stati Uniti e Italia, già sensibilizzati da diversi punti di attrito non tutti inevitabili, potrebbero andare incontro a una nuova prova che non gioverebbe a nessuno. È solo un’ipotesi, d’accordo, ma il risvolto diplomatico del rapimento di Daniele Mastrogiacomo contiene, non per colpa di Roma né di Washington, elementi di rischio, soprattutto se il presidente afghano Karzai si troverà davvero a dover scegliere fra la risposta italiana e quella americana al ricatto dei talebani: uno scambio di prigionieri, un giornalista italiano contro una quindicina di mujaheddin.
Roma comprensibilmente pencola, almeno di istinto, verso il sì. Washington, altrettanto inevitabilmente, si proclama fedele alla linea del mai. «Mai trattare con i terroristi»: è una enunciazione impeccabile, condivisa sulla carta da praticamente tutti i governi del mondo, anche se in pratica sono sempre state piuttosto frequenti le deroghe. Ci si possono imbastire sopra discorsi etici, politici, perfino militari. Si può obiettare che nei tempi lunghi con i terroristi si finisce con il trattare, che molti regimi di oggi sono eredi del terrore di ieri, a cominciare dall’Africa Nera per finire ad esempi più recenti e più vicini.
Ma una cosa bisogna anche tener presente: che la fase dell’eventuale compromesso è in genere piuttosto lontana nel tempo da quella dello scontro più acuto, mentre in Afghanistan la guerra si avvicina, anzi ha già toccato, l’apice dopo le operazioni iniziali dell’intervento degli Usa e dei loro alleati. Pare addirittura superata, per il momento, la relativa «bonaccia» che ha consentito negli anni scorsi la trasmissione graduale dei poteri militari oltre che politici e non soltanto verso il nuovo governo di Kabul, ma anche da una gestione unilaterale Usa (o forse si potrebbe dire anglo-americana) al ruolo della Nato e dell’Onu.
L’offensiva, o controffensiva che sia, contro i talebani nel Sud del Paese è sì limitata geograficamente ma riporta a situazioni più simili a quelle di una battaglia campale che non alla sapiente miscela di militare, economico e umanitario che rappresenta poi, nel lungo termine, l’unica strada concepibile. Molte interpretazioni sono pensabili sia per la «rimonta» dei nostalgici del regime talebano, il più sanguinario e retrogrado dell’intera area islamica (al suo confronto perfino le dittature definite «islamo-fasciste» del Baath contengono elementi di «ragionevolezza»), sia per il timing di azioni terroristiche come il rapimento di Mastrogiacomo: faida interna al campo integralista, pressioni pro o contro la continuazione o l’approfondimento di un dialogo che si andava forse disegnando fra il nuovo regime afghano e certi condottieri talebani, magari attraverso un ruolo di mediazione (ma sarebbe meglio dire di «neutralità armata») di alcuni Signori della Guerra.
Importantissima e crescente, ad esempio, è la dimensione etnica della reviviscenza bellica, con l’ingresso in Afghanistan di miliziani attraverso più o meno teoriche frontiere, ad esempio uzbeki. Il momento psicologico, comunque, è molto delicato e difficile la decisione che potrebbe incombere su Karzai, seguito in tutto o in parte dal suo governo. Ma anche su Washington e su Roma. Più che spiacevole, sarebbe surreale che una svolta nelle relazioni italo-americane venisse decisa a Kabul. Per evitarlo una cosa è almeno raccomandabile: che nel confronto e nella concepibile polemica il «caso Mastrogiacomo» venga isolato e affrontato come tale, senza commistioni con le polemiche interne sulla struttura dell’impegno italiano in Afghanistan o da uno degli altri motivi di attrito fra Roma e Washington, da Vicenza all’Irak, agli strascichi del caso Abu Omar.
Il pericolo risiede soprattutto in questo. E anche il veleno. Sigonella fu un’altra storia, di un altro secolo, quasi di un altro mondo.
Alberto Pasolini Zanelli