Sigourney mette il lutto tra la neve e le disgrazie

Il Festival di Berlino si è aperto con un film anglo-canadese girato per la tv

Maurizio Cabona

da Berlino

Lutto da omicidio involontario vendicato con un omicidio volontario; nuovo omicidio involontario; minorazione; prostituzione; riconciliazione. Ecco Snow Cake («Torta di neve») di Marc Evans, film-tv ambientato a Wawa, nell’Ontario settentrionale, che però, prima di finire sul piccolo schermo canadese, è passato su quello grande del Festival berlinese in apertura e in concorso! Infatti i dolenti temi di sette giorni a inizio primavera, condensati in due ore di film, sono cari ai grossi Festival. In Germania l’Angst «va» sempre e poi il decennale mentore del gallese Evans e produttore esecutivo del film è Michael Winterbottom, Orso d’oro nel 2003 con In questo mondo...
La Torta di neve del titolo è la reale, economica leccornia del figlioletto della sceneggiatrice, Angela Pell. Il dettaglio tocca chi viene a saperlo, ma lo spettatore avrà davanti non un bambino, ma la cinquantenne Sigourney Weaver nel ruolo della madre autistica d’una ragazza squinternata (Emily Hampshire), vittima di un incidente stradale.
La neve cade sull’Ontario, come nelle bocce di vetro usate come soprammobile che costellano la storia. Il parallelo non è dei più originali. Al quadretto s’aggiunge - fresco di prigione dopo avere ucciso chi, guidando ubriaco, gli aveva ucciso il figlio - il personaggio inglese di Alan Rickman. Perché ci arriva? Per confortare mamma Weaver dell’incidente in cui le è morta la figlia, mentre lui, che guidava, è scampato... Con un tale cumulo di disgrazie e simbolismi (neve vera e neve finta, gelo e disgelo... ), la professionalità degli attori può esimere dall’avvertire un fastidio eccessivo; ma dalla noia no, anche perché Carrie-Anne Moss (ex di Matrix) si cala nel personaggio di una prostituta di paese composta e credente, sublime fino a darsi gratis a Rickman (quarta scena d’amore con una donna in trent’anni di carriera). E se lei in Matrix aveva un fascino sottile, qui le manca il brio di una Boccadirosa. È anche vero che Wawa (Ontario) non è Sant’Ilario (Liguria).
Scollatura ampia e profonda nell’abito nero, che contrasta non tanto con la neve del film, quanto con i fiocchi che calano su Berlino quando la incontro, Sigourney Weaver invecchia senza sfigurarsi, a forza di lifting. Vista da vicino, si capisce che Sigourney tenesse in soggezione sia il mostro di Alien di Ridley Scott, sia che fosse seducente quando - nel primo film della serie (1979) - appariva per un istante in slip e maglietta bianchi. E poi che, segretaria all’ambasciata inglese a Giacarta nel 1965 della caduta di Sukarno, si permettesse di voltare le spalle al giornalista/arrivista australiano Mel Gibson in Un anno vissuto pericolosamente di Peter Weir (1982).
Poi i ruoli della Weaver sono cambiati. Meno avventura, nessuna seduzione. Polansky le ha imposto il ruolo di donna sopravvissuta a violenza e tortura perpetrati dal viscido personaggio di Ben Kingsley nella Morte e la fanciulla (1994). E ora Evans la mette a giocare con palle sonore, a vietare l’ingresso nella sua cucina e a non riuscire a piangere per la morte della figlia. Alla conferenza stampa berlinese, una giornalista le chiede banalmente: come si è preparata? La Weaver non è banale: «Ho frequentato persone autistiche per mesi; ho finito per considerarle amici. Ma non potevo solo imitarle, perché ogni caso di autismo è a sé».
Icona da Festival, il gayo Rickman ascolta impettito, finché si sente domandare se sia triste recitare un personaggio triste. E allora replica: «Il mio personaggio non è triste, nonostante la maledizione stradale che l’affligge. Alla fine ha il suo momento di sollievo». Basta accontentarsi. In effetti storie così sono luttuose, ma si possono rivelare gioiose, se non per chi se le fa raccontare, per chi gliele racconta. Nei grossi Festival Nanni Moretti non ha vinto nulla, finché presentava trame quasi allegre; con La stanza del figlio ha preso la Palma d’oro.