Il sikh-gigolò alla conquista di Londra

Nirpal Singh Dhaliwal, nuova voce della narrativa post-coloniale, descrive la difficile integrazione di un frustrato sciupafemmine

Bhupinder Sing Johal, per gli amici Puppy, è un sikh di nemmeno trent’anni, vive a Londra, dove del resto è nato (immigrati di seconda generazione vengono definiti quelli come lui), finge di fare il giornalista, sfrutta i servizi sociali che l’Inghilterra multiculturale dispiega come valvola di compensazione dei conflitti etnici, va a letto con donne bianche ossessionate dalla linea per sfogare la frustrazione di non poterlo fare con le più formose figlie del sub-continente, alle quali il destino riserva o un matrimonio combinato o quello inter-razziale nel nome dell’avanzamento sociale. Disprezza i bianchi, Puppy, e disprezza l’Occidente, di cui si limita a saccheggiare il modello di vita. Ma nel campo sessuale l’Occidente si vendica portandogli via e/o negandogli l’unico tipo femminile che vorrebbe realmente possedere. Per le inglesi, Puppy è un «bel ragazzo di colore», per quelle del suo colore è «un povero indiano senza arte né parte»...
La frustrazione rabbiosa di Puppy è complicata dall’essere un antioccidentale che detesta l’Oriente da cui pure proviene. Non ne segue i precetti religiosi, ne rifiuta l’etica del sacrifico e del lavoro, ha in orrore la sua struttura familiare, non soffre di nostalgie o di romantici ritorni al passato. È uno sradicato, ma non è in cerca delle proprie radici. Londra gli appare il paradiso, con l’unico difetto che San Pietro ha la pelle bianca. Fosse scura come la sua, sarebbe perfetto. Puppy sogna un Occidente con gli indiani alla sua guida, ma non degli indiani doc, degli indiani come lui, un ibrido, una nuova razza di barbari che si ignora ed è fiera di una diversità di cui non si capacita e che tuttavia esiste.
È anche per questo che il sesso è la sua unica, vera arma di avanzamento sociale. Eterosessuale senza incertezze, si muove in un paesaggio metropolitano dove «l’immigrazione di massa ha trasformato tutti questi bianchi in un branco di frocetti» e «il culto della magrezza, inventato da stilisti gay nemici della passera si è insediato nella mente degli occidentali». Lui usa i suoi attributi come un’arma, non lesina le cartucce, non è schizzinoso nei bersagli e, soprattutto, non si attarda in psicologie d’accatto. «Ero grato di non essere brutto; non dovevo diventare ricco a ogni costo per scampare una vita di partner sessuali di seconda scelta. Malgrado affermino il contrario, le donne trovano la bellezza di gran lunga più seducente del carisma e dell’intelligenza. Una donna fiuta guai quando un bell’uomo manifesta il suo intelletto; intuisce che è consapevole delle sue qualità e che finirà per stancarsi di lei e forse si scoperà la sua migliore amica. Io con le donne faccio conversazioni insensate. Trovo un argomento che le coinvolga e le lascio blaterare a ruota libera».
Puppy è il protagonista di Turismo (Guanda, pagg. 285, euro 15) il singolare romanzo d’esordio di Nirpal Singh Dhaliwal, e in quel titolo si racchiude la sua visione della vita. «Non sei né un socialista, né un anarchico né un noglobal, anche se consideri il capitalismo mediocre e paranoico, allora cosa sei?». «Sono un turista. Sono solo un cazzo di turista... Mi limito a guardare il paesaggio».
Salutato in Gran Bretagna come una voce nuova della cosiddetta narrativa post-coloniale, Dhaliwal rivendica per sé il titolo di scrittore inglese al cento per cento: è nato nella capitale del Regno Unito, ha avuto l’istruzione letteraria che è propria di quella nazione, ne conosce gli autori, la lingua, i classici. Ciò che fa la differenza è questo suo essere spaccato in due, perfettamente integrato ma non per questo realizzato. Nella vita di tutti i giorni Dhaliwal è stato sino a non molto tempo fa il marito di una brillante giornalista britannica che lo usava come filo conduttore della sua rubrica settimanale sul Mail on Sunday: lei donna in carriera e con le palle, lui scioperato consorte tutto sesso, alcol ed eccessi alimentari. I due hanno divorziato...
Turismo è l’Occidente visto non come un miraggio o un traguardo. Non si aspira ad esso, perché già lo si possiede, e naturalmente non lo si combatte perché ci si riconosce. «Volevo assicurarmi un posto sull’ottovolante del libero mercato. È il miglior sistema socio-economico che l’umanità abbia mai avuto. Nessun altro ha un livello paragonabile di compatibilità con la natura umana. La mediocrità e la paranoia sono i principi base della condizione umana, e i principi base del consumismo. Per questo mi piace il capitalismo». Puppy non è un contestatore del sistema, anche perché quel mondo capitalista non gli è estraneo, non è un altro da sé: «I negri sono eternamente arrabbiati. In America - irritati dalla loro persistente mediocrità e dall’incapacità di progredire - sfogano il loro malessere su chiunque possiede il minimarket locale. Con il tempo imparai a non giudicarli per i loro difetti. Ma i bianchi poveri non li potrò mai compatire. Della loro lotta di classe non mi importa niente. Il declino della working class in quello che alla fin fine è il suo paese, non fa che comprovarne la stupidità». A Puppy, in fondo, piace la Thatcher perché, a ben pensarci, «è stata il primo premier indiano d’Inghilterra. È la figlia di un negoziante, è riuscita a entrare a Cambridge e poi ad arrivare al vertice della nazione. La sua vita e i suoi valori sono del tutto compatibili con i nostri. Tony Blair ha un sacco di sostenitori tra gli asiatici perché è un thatcheriano senza pregiudizi razziali». E la Thatcher, del resto, è il modello di Sarupa, l’opulenta ragazza indiana che Puppy ama, ma che sposerà un bianco proprio perché di Puppy non si fida, ne coglie l’intima apatia a petto del mondo.
Cos’è che manca al protagonista di Turismo per essere in pace con se stesso? Cosa gli manca oltre al fatto che le asiatiche che lui vorrebbe «erano solo grane. Potevi sbavare dietro a una di quelle per mesi senza riuscire nemmeno ad annusargliela; poi di punto in bianco, la trovavi fidanzata con qualche sfigato senza palle a cui l’avevano affibbiata i genitori. Per quanto siano bellissime le donne asiatiche rinunciano alla frivolezza della vita - risate, orgasmi e turbamenti - in cambio di monotone e concrete certezze, come le loro madri hanno fatto per secoli»?
Il fatto è che nel mondo occidentale dei bianchi Puppy sa di non essere al suo posto. «I culi pallidi non sono come noi. La loro cultura si basa tutta sull’astrazione e sull’indagine razionale. La nostra gente ha una sensibilità innata. Noi siamo figli del sole. Ci piace prendere le cose alla leggera e non farci troppe storie. Loro sono quelli che hanno costruito le navi e sono andati a esplorare il mondo, a scoprire cose. A noi non ce ne fotteva in cazzo di quello che c’era al mondo. Noi ci accontentavamo di gironzolare qua e là, picchiando le nostre donne e mangiandoci a vicenda. Superare la nostra differenza con questa gente è un bel trip... Lo sarà sempre».
Turismo è un interessante romanzo sull’invidia razziale che nasce non da un complesso di inferiorità, ma da un’idea di superiorità dichiarata più che argomentata, frutto di un meticciato culturale che ha prodotto una nuova identità che non sa bene cos’è, ma sa benissimo cosa vuole, un posto in prima fila nella società dei consumi. Una nuova identità, dove, purtroppo per Puppy, non c’è posto per i turisti della vita, né per una vita da turista. Specie se si vuole viaggiare sempre e soltanto in prima classe.