Sila

Sì, è il santo che, ne Il Codice da Vinci, dà il nome al monaco albino e assassino dell’Opus Dei, Silas. Monaco che, ammesso che l’Opus Dei abbia monasteri, nel romanzo va ad ammazzare la gente senza neanche togliersi il saio. Nella storia vera, Sila è un ebreo cristiano che compare negli Atti degli Apostoli (15, 22). Insieme a un altro discepolo di Cristo, Giuda detto Barsabba, viene inviato dagli Apostoli, riuniti a Gerusalemme, ad Antiochia per portare una loro lettera ai gentili di Siria e Cilicia che colà avevano aderito al nuovo credo. Sila ricompare più tardi assieme a Paolo. Quest’ultimo decide di separarsi da Barnaba e di recarsi in Siria, portando con sé Sila. I soliti giudei suscitano contro di loro un tumulto a Filippi. Qui i magistrati, accusandoli di sedizione, li fanno frustare e imprigionare. La notte si scatena un terremoto che libera i due dalle catene. Credendoli fuggiti, il carceriere fa per suicidarsi ma Paolo lo rassicura (e poi lo battezza). Poi rivela di essere cittadino romano e accusa i magistrati di averlo fatto flagellare senza processo. Quelli, impauriti, congedano con tante scuse lui e il suo compagno, pregandoli di non farsi più vedere. Giunti in Berea, altri problemi con i giudei. Paolo parte per Atene e chiede a Sila e a Timoteo di raggiungerlo quanto prima. Fin qui la storia. Da questo momento in avanti c’è solo la tradizione, la quale dice che Sila forse aveva, come Saul-Paolo, un nome romano, Silvano. Con questo nome è salutato da Paolo nelle Lettere ai Tessalonicesi. Forse Sila fu vescovo di Corinto e forse morì in Macedonia chissà quando.