Silenzi e minacce, così il clan difendeva Roby il manesco

I pm parlano del «fattore famiglia» e i genitori della donna uccisa raccontano di un gruppo votato alla «prevaricazione e alla violenza»

nostro inviato a Marsciano (Perugia)

Un «clan» familiare, cresciuto numericamente dall'arrivo del patriarca, Elio, nelle campagne di Compignano, nell'immediato dopoguerra. Un clan, quello della famiglia Spaccino, legato alla terra, unito da un fortissimo legame, tale da preservare la vicinanza fisica dei vari componenti, costruendo le case man mano che la famiglia si allargava sempre lì, affacciate intorno al grande cortile comune, una specie di piazza di un villaggio privato. Un elemento che sottolineano anche i magistrati: quell'agglomerato di villette che ospitano i genitori di Roberto Spaccino, i suoi due fratelli e alcuni cugini «ben può essere definito un borgo familiare».
Una piccola comunità chiusa, non necessariamente accogliente, secondo le convinzioni della procura di Perugia, che ha mantenuto alta l'attenzione sul comportamento dei parenti di Roberto dopo l'omicidio della moglie, valutando eventuali coinvolgimenti o coperture per l'indagato, da due giorni in carcere. Proprio in relazione alle esigenze cautelari, infatti, il gip tiene conto del «fattore famiglia». E scrive che se il grave pericolo di inquinamento probatorio sussiste, è anche «in considerazione dell'ambiente familiare ristretto della famiglia Spaccino, di natura patriarcale e contadina», sottolineando come questo «ambiente» abbia «taciuto le violenze protrattesi per anni in danno di Cicioni Barbara», oltre a «rendere dichiarazioni reticenti sul punto». Una sottotrama sociologica che emerge, appunto, anche dalle dichiarazioni messe a verbale dai parenti della ragazza morta la notte tra il 24 e il 25. Che dicono di violenze nemmeno accennate dal clan. Il padre, Paolo, per esempio racconta della «differenza culturali» tra le due famiglie che «avrebbe sicuramente reso difficile il rapporto». E le spiegazioni del papà di Barbara si fanno più esplicite.
Parla di una «cultura familiare» che è «chiaramente votata alla prevaricazione e alle violenze», racconta a titolo esemplificativo che «mi è stato riferito direttamente da Barbara che in un'occasione, durante un litigio familiare nell'atrio divisorio delle abitazioni, suo suocero Spaccino Gerardo aveva minacciato mia figlia con una roncola e la stessa, per evitare spiacevoli conseguenze, era rientrata a casa». E lascia capire come sua figlia non fosse riuscita a «integrarsi» nel clan, anche per il desiderio di tutelare la privacy della «propria» famiglia, quella formata da lei, dal marito e dai figli. Un atteggiamento che era motivo di contrasti, in quella piccola comunità dove la condivisione era la regola, se non un obbligo. «Veniva considerata dal marito e dal suo 'contesto' familiare una nullafacente oziosa - spiega ancora Paolo Cicioni - solo perché manteneva il proprio riserbo familiare pur accettando di condividere con gli altri feste e ricorrenze».
Questo l'humus dei problemi di convivenza di Barbara nella sua grande, nuova famiglia. Problemi vissuti all'interno del «borgo Spaccino». Anche dopo l’omicidio, la diplomazia di famiglia ha tenuto il colpo, incrinandosi solo per la divisione sulla nomina di due avvocati diversi, e nel crescente nervosismo di fronte alla pressione mediatica manifestato dai fratelli di Roberto. E nemmeno finita del tutto ai funerali nella chiesetta di Morcella, il paesino d'origine dei Cicioni, dove il corridoio tra le panche separava i familiari di Barbara dagli Spaccino, che hanno comunque voluto essere presenti alle esequie, proprio mentre Roberto veniva scortato in carcere dai carabinieri. «So che non è lui, non può essere lui, io gliel'ho anche chiesto», ha sbottato il padre del presunto omicida. Ma anche dall'esterno, ormai, il villaggio degli Spaccino ha perso la sua aria di paradiso di campagna.