Il «silenzio» dei monaci fa spettacolo

Pier Francesco Borgia

da Roma

Dietro il successo di un film come Il grande silenzio (due ore e 42 minuti di racconto tassativamente muto della vita quotidiana all’interno della Grande Chartreuse) c’è una scommessa. Il giovane regista tedesco Philip Gröning era sicuro che la sua pellicola sarebbe stata vista in Germania da oltre 150mila spettatori. Il distributore era più scettico. Anzi. «Dopo la prima visione del film - racconta il giovane regista - erano tutti entusiasti. E il produttore più di tutti. “È maledettamente bello questo film” disse “però non posso distribuirlo”. Gli obiettai che tutti quanti eravamo nella saletta avevamo giudicato il lavoro molto bello ed era davvero paradossale immaginare che il pubblico non lo avrebbe gradito». Da questa contrapposizione nacque la scommessa. Ampiamente vinta, visto che il film in Germania (dove è uscito il 10 novembre scorso) è stato già ammirato da oltre 160mila spettatori. Per molte settimane è stato anche il film più visto nel rapporto sala/spettatori (nonostante l’ultimo episodio della saga di Harry Potter). Ed è ancora nelle sale (dopo quattro mesi) in ben 25 città.
La singolarità del film nasce dal soggetto: un regista dopo vent’anni riesce ad entrare nella Grande Chartreuse sulle Alpi e resta lì sei mesi in condizioni che, produttivamente sono disastrose: niente troupe, niente luci artificiali, niente interviste. Eppure il risultato è un’opera grandiosa: due ore e 42 minuti di immagini di vita, silenzio e canti gregoriani che trasformano la sala cinematografica in un monastero e sottolineano la dimensione contemplativa della fruizione cinematografica.
Ora il film, che ha l’ambizione di raccontare la vita monastica fuori da ogni cliché, arriva nelle sale italiane distribuito da Metacinema (da venerdì in 35 copie). «Sono sicuro che anche qui da voi il film sarà bene accolto - pronostica il regista -. D’altronde la vostra cultura cinematografica è più raffinata di quella tedesca. E poi il vostro è un paese cattolico». «Non sono rimasto poi così sorpreso dal successo del film - aggiunge Gröning - perché le persone hanno un gran bisogno di spiritualità. Trovo assurdo che gli occidentali vadano a cercare lontano quello che possono avere dalla propria cultura. Sono stato educato in una famiglia molto cattolica negli anni Sessanta e come tutti quelli della mia generazione ho avuto con la religione un rapporto conflittuale. Attraverso questa esperienza in monastero ho conosciuto un nuovo modo di vedere la fede, fondato sulla percezione profonda della grazia».
La giornata dei monaci è scandita con regolarità: preghiere, canti notturni, lavoro nei campi, e altre attività come quella del frate barbiere che rasa le teste dei suoi fratelli monaci o quella del sarto che recupera bottoni e stoffe delle tonache dei fratelli morti, perché non si sciupa nulla. Una giornata intensa votata al silenzio, rotto solo dalle passeggiate domenicali.
C’è poi da segnalare che il film è già stato venduto alle tv di 12 paesi europei. Con l’obbligo, però, di non trasmettere spot durante la visione. Ora si attende la risposta di Rai e Mediaset. Chissà cosa ne pensano?