Silenzio e facebook la vita dei nuovi eremiti

In Italia sono circa 200. Alcuni vivono in montagna, altri in centro città. Ma le regole sono le stesse: meditazione e preghiera

di Stefano Filippi

Vivere nel mondo ma fuori del mondo. In un tempo più lento, in uno spazio più ridotto e lontano, in una clausura volontaria e silenziosa che non significa abbandono ma distacco. Gli eremiti degli Anni 2000 sembrano quegli appassionati d'arte che per apprezzare un quadro fanno più passi indietro degli altri. Non disprezzano il mondo e neppure la modernità: vivono in case o cascine, hanno un lavoro, un'auto, e telefonini, internet, computer magari vecchi. Scrivono, leggono, scambiano mail, tengono anche blog e profili Facebook senza esserne schiavi. «Il Web è per noi uno strumento privilegiato ha raccontato a Famiglia Cristiana don Raffaele Busnelli, eremita in Valvarrone (Lecco) -: ci permette, nella distanza e nella solitudine, la comunicazione e lo scambio di documenti, studi, esperienze, o di risolvere questioni amministrative come bollette e imposte».

Gli eremiti non sono così fuori dal mondo da evitare la burocrazia o il fisco. Un aspetto non è cambiato, ed è la questione chiave: sono segni di contraddizione, punti interrogativi viventi. Costringono a porsi domande, una di sicuro: sono degli asociali, misantropi e pure un po' stravaganti, oppure quale segreto di felicità nasconde la loro autoreclusione? Un desiderio di radicalità, di recupero delle origini e di un significato per la vita. Un equilibro tra il lavoro e il riposo, il rumore e il silenzio. Ritmi quotidiani che nessun altro può dettare all'eremita. E anche un luogo esclusivo per il rapporto con Dio. Sant'Antonio abate, eremita egiziano considerato il fondatore del monachesimo cristiano vissuto un secolo prima di San Benedetto nel deserto della Tebaide, diceva che l'eremita è colui che associa la «battaglia del cuore» con la «disciplina del corpo».

Ci sono eremiti che scelgono luoghi di montagna o campagne isolate per il loro ritiro; altri che non temono la città, come padre Domenico Maria Fabbian di Padova e Antonella Lumini, che vive nel centro storico di Firenze: lui nel pomeriggio confessa i fedeli nella chiesa del Corpus Domini e per il resto si rinchiude presso la parrocchia di San Nicolò, a due passi dal duomo; lei è bibliotecaria in pensione e dedica lunghe ore al silenzio in una stanza della casa che ha battezzato «pustinia», che in russo significa deserto.

Anche a Torino pulsa un eremo urbano chiamato l'Eremo del silenzio, si trova nelle vecchie carceri Le Nuove poco lontano da corso Vittorio Emanuele II: un edificio che è rimasto luogo di isolamento, non più forzato ma scelto. Le celle dell'ex penitenziario accolgono chi cerca la possibilità di trascorrere un periodo anche breve - in silenzio, meditazione e preghiera. Appartamento cittadino o maso alpino, la vita è rigorosa, scandita da orari precisi, sveglia presto, silenzio, preghiera, lavoro, ma anche tempo dedicato ad accogliere visitatori. Molti sono religiosi, eredi di una tradizione millenaria, ma si moltiplicano anche i laici, persone non consacrate che scelgono di coltivare la dimensione spirituale, come Paola Biacino, mamma, nonna e ora abitatrice solitaria di una baita ai piedi del Monviso dove d'inverno resta davvero isolata per mesi.

Lo scorso autunno in una ventina si sono ritrovati all'Eremo del Lecceto vicino a Firenze, ognuno con le proprie esperienze, in un convegno intitolato «Vivere in disparte per essere al cuore del mondo». Due anni fa si era svolto un raduno analogo in un eremo a strapiombo sul versante veronese del lago di Garda, un antico cenobio dei camaldolesi intitolato a San Giorgio sopravvissuto alla povertà e più recentemente agli appetiti di qualche speculatore edilizio che voleva trasformarlo in resort di lusso quando la curia ne meditava la vendita. Sono circa 200 gli eremiti italiani, un numero indicativo perché censirli è difficile e loro sono giustamente gelosi del loro status di «separati dal mondo». Uomini e donne, di età media sui 50-55 anni. I religiosi o consacrati seguono una Norma di vita approvata per ciascuno dal rispettivo vescovo in base al Codice di diritto canonico, che prevede silenzio e preghiera ma anche un rapporto con le comunità locali e la diocesi.