Il silenzio di Londra: la città si ferma per non dimenticare

Due minuti di raccoglimento in tutta Europa, ma nella capitale britannica la commozione era palpabile. Molti non hanno trattenuto le lacrime

Luciano Gulli

nostro inviato a Londra

Quando il Big Ben batte le 12, e un sole sfolgorante, benigno, illumina cieli di solito arcigni, alla stazione di King’s Cross è il silenzio. Un silenzio spesso, massiccio, e però carico di una formidabile, emozionante energia. «Non passeranno» dicono le facce che si sono radunate qui intorno. «Non passeranno» dicono le facce di tutti i londinesi che a mezzogiorno, quando sul continente è già l’una, si fermano per due minuti. Dritti e immobili, qualsiasi cosa stiano facendo, come ho visto fare solo a Gerusalemme quando si commemorano i morti dell’Olocausto. «Non passeranno», è la muta parola d’ordine che scavalca la Manica e si allarga sul continente, dove altri milioni di persone, si raccolgono per un momento di preghiera.
Lungo il marciapiede che anticipa l’ambulacro della stazione di King’s Cross, intorno al piccolo santuario coperto di fiori, dove sorridono ancora le facce dei «missing», ci sono forse duemila, tremila persone. Pendolari e turisti col sacco a pelo, poliziotti e tecnici dell’underground, cristiani, hindu, musulmani ed ebrei di ogni età, di ogni classe, di ogni provenienza. Giovani e anziani, signore eleganti e ragazzi col piercing, massaie con la borsa della spesa e manager col Financial Times sottobraccio. Spalla a spalla, in un clamoroso silenzio che sarà suonato come una cannonata alle orecchie di chi ha lanciato una sanguinosa sfida alla città.
Fermi i treni, fermi gli 8500 bus della città e i 20mila cabs, i tassì. Fermi gli aerei e ferma la regina Elisabetta, figurina di rosa vestita che alle 12 in punto appare nel cortile di Buckingham Palace, lo sguardo fisso sullo Strand. A quell’ora, anche i medici e le infermiere che si stanno prendendo cura dei 700 feriti negli attentati di una settimana fa chinano la testa, negli ospedali della città, in segno di rispetto per quelli che non ci sono più.
Sull’attenti i commessi di Harrod’s e di Selfridges, silenzio in Carnaby street e sulla Brick lane, punteggiata di ristoranti indiani e bengalesi. Nel palazzo dei Lloyd’s risuona la Lutine bell, la campana che nel 1793 era inchiavardata sul ponte della fregata francese «La Lutine», naufragata col suo prezioso carico, e che da allora fa sentire la sua voce per marcare eventi straordinari. Una volta, la Lutine suonava per annunciare l’arrivo di navi (assicurate dai Lloyd’s) di cui si erano perse le tracce. Oggi la campana suona per annunciare tragedie, come l’11 settembre, o lo tsunami dello scorso anno.
In tutta Europa, la vita si ferma per un momento. Ferme le Borse, fermi i cittadini di ogni nazione, dalla Francia all’Italia. Chirac a capo chino di fronte all’Eliseo, fermi i senatori di Palazzo Madama, dove Marcello Pera invita a riflettere «sulle misure con cui noi possiamo fronteggiare la sfida con cui si è aperto il nostro secolo». Anche il Papa, dalle montagne aostane, china il capo unendosi alle preghiere per i morti di Londra.
Ken Livingstone, il sindaco che alle 6 del pomeriggio partecipa anche alla veglia che si tiene in Trafalgar square, dove campeggia una enorme scritta che dice «One city, one world», ha aperto una sottoscrizione, insieme con la Croce rossa britannica, a favore dei familiari delle, finora, 54 vittime. «La risposta dei londinesi - dice ora il vecchio sindaco che ha dato l’esempio tornando al lavoro lunedì scorso in metrò - mostra perché i terroristi non hanno alcuna possibilità di prevalere. Il loro attacco a questa città, che nella sua storia è sopravvissuta a tutto, ha avuto solo il risultato di unire ancor più la sua popolazione».
L’emozione si rinnova alle 6 del pomeriggio a Trafalgar square, ai piedi della statua dedicata ad Orazio Nelson. E sono decine di migliaia di cittadini orgogliosi, forti come un esercito, certi di essere dalla parte della verità e della giustizia, nazione. Sul palco degli oratori, dove una scritta dice «London united», salgono attori e semplici cittadini, vigili del fuoco e crocerossine, cittadini comuni e poeti. Ognuno legge le parole che si è scritto su un foglietto, leader islamici ed esponenti della comunità africana, volti noti e perfetti sconosciuti. C’è anche il capo del Comitato olimpico Sebastian Coe, lo scrittore nigeriano Ben Okri, l’attrice Julie Walters. Tra la folla spunta anche il volto di George Psaradakis, l’autista del bus numero 30 saltato in Tavistock square che è già tornato al lavoro e in mattinata ha arringato i suoi compagni di lavoro al deposito di Stratford, davanti a due bus che innalzavano le insegne della «linea 30». Tutti lì, a ribadire e a martellare l’orgoglio di chi non ha paura e non si piegherà, mentre nel cielo della capitale si alzano centinaia di palloncini bianchi.