Silenzio, parla Prodi. Ma non è una cosa seria

Passerà come il discorso di Londra, inteso come il malinconico commiato di Romano Prodi dopo la caduta del suo secondo governo. Nell’ultimo impegno di Stato in Gran Bretagna, il presidente del Consiglio si è commosso annunciando il lascito di «una bella eredità» al paese. Punti di vista. E tra i suoi regali agli italiani ha voluto mettere al primo posto la lotta all’evasione che prosegue «in modo serio».
Fermiamoci sull’aggettivo, serio, anzi «seerio», pronunciato immancabilmente con un lungo sospiro ed espressione corrucciata per sottolineare l’importanza dell’affermazione. Una, due, cento volte negli ultimi mesi. Non c’è occasione infatti che il Professore non ne faccia uso, a metà tra il tormentone e la frase di circostanza per smarcarsi da ogni momento di difficoltà. Che cosa c’è più di serio di annunciare la soluzione di un problema in modo «seerio»?. Rassicurare per troncare, promettere per sopire. E così tirare a campare per una ventina di mesi con uno slalom continuo tra i veti estremisti di Ferrero e le minacce riformiste di Dini.
Per il premier uscente qualsiasi espressione geografica è immancabilmente seria, dall’Alto Adige del presidente Durnwalder («rapporto serio») all’Iran di Ahmadinejad («l’unica soluzione è un negoziato serio»). Ma fin qui la retorica ci può anche stare, sempre che non sfoci nella sottile presa in giro dei cittadini, lusingati con promesse d’impegno che puntualmente sono rimaste ai box di Palazzo Chigi. Soltanto lo scorso 21 dicembre Romano ha inneggiato al supergettito fiscale di 20 miliardi: «Quando gli italiani trovano un governo che fa sul serio si comportano sul serio». Forse lui un po’ meno, dato che quello stesso giorno ha promesso meno tasse e più salari per i redditi medi e bassi. E si è visto com’è finita, con l’inglorioso «tutti a casa» dell’Unione dopo la stangata sulle tredicesime.
Fiumi di promesse anche per la Tav Torino-Lione, i cui cantieri sono chiusi da oltre due anni. E pensare che il presidente del Consiglio lo scorso giugno aveva fatto sapere di essersi prodigato in un «lavoro molto serio». Un po’ come quelle riforme istituzionali che l’esecutivo di centrosinistra non è stato in grado di avviare per l’esiguità dei numeri al Senato e la frammentarietà della coalizione. Però non pensiate che il Prof se ne sia disinteressato: a dicembre assicurava di aver avviato con la Cdl «un discorso molto serio». E la legge elettorale? Se va bene ci proverà l’eventuale governo Marini, che però potrà fare tesoro delle preziose raccomandazioni di Prodi sull’argomento: «Per favore calmiamoci un po’, questi problemi vanno discussi non con dichiarazioni estemporanee, ma con progetti seri».
Su ogni materia dello scibile governativo, l’uomo di Bologna ha saputo distillare gocce di saggezza, spesso non seguite da fatti concreti. La missione in Aghanistan? «Problema serio, ma rimaniamo». Le sfide del Partito democratico? «Regole e serietà». Le spese per la Difesa? «Abbiamo fatto il minimo per un Paese serio». La riforma del welfare? «Frutto di un lavoro serio». La ricetta per i conti pubblici? «Serietà ed equilibrio di lungo periodo». La sicurezza alimentare? «La preoccupazione si vince con una politica seria». Le quote rosa in politica? «Serve un discorso serio». La moratoria per la pena di morte? «Una battaglia seria». I Dico? «Il governo deve avere serietà e prudenza». L’Ulivo? «È una cosa seria». L’orda di immigrati clandestini dalla Romania? «Un problema serio».
Persino quando il «740» dei coniugi Prodi venne spiato da uffici periferici del fisco il capofamiglia si disse preoccupato: «La cosa è seria». Ma si scoprì quasi subito che gli incursori telematici erano innocue impiegate più incuriosite dagli affari altrui che solerti. A proposito di Lady Flavia, anche lei pare aver mutuato le consuetudini verbali del marito, un caso da Zelig. Alla vigilia delle Politiche 2006, non fece mistero di non apprezzare i toni della campagna elettorale. E fu così che durante un convegno a Mestre invocò «un confronto serio». Intanto in quei giorni il di lei marito era impegnato a sua volta a battere la Penisola a caccia di voti. Arrivato a Torino il 5 aprile, si lanciò in quello che oggi risuona come uno slogan comico ed emblematico: «Con noi tornerà la serietà al governo». Promessa mantenuta sola a metà. Lui a Palazzo Chigi ci è tornato, il resto è rimasto fuori dal portone.