Il silenzio della politica

Una cosa è certa. Il sequestro deciso dalla Procura di Milano sulle azioni Antonveneta possedute da Fiorani, Ricucci ed altri imprenditori è di fatto la consegna della Banca veneta nelle mani degli olandesi dell'Abn Amro. Ciò che non è riuscito ai lobbisti europei come il commissario McGrawy sembra poter riuscire all'unico potere italiano che non risponde a nessuno. Anche quando sbaglia. Ma andiamo con ordine. La Consob aveva rilevato nei giorni scorsi un'azione di concerto tra la Banca Popolare di Lodi e alcuni imprenditori nella scalata ad Antonveneta ed aveva così imposto l'Opa obbligatoria da parte della Banca di Fiorani. Quest'ultimo, in attesa degli esiti dei vari ricorsi alla giustizia amministrativa, aveva ottemperato alle disposizioni della Consob che è l'unica autorità di controllo sui mercati finanziari. Il concerto tra Fiorani e gli altri imprenditori ipotizzato dalla Consob presenta anche aspetti di illecito penale? Non lo sappiamo, naturalmente, ma il dubbio è d'obbligo visto che la sanzione in casi di questo genere è l'imposizione dell'Opa obbligatoria già irrogata dall'autorità di controllo sui mercati finanziari (la Consob). Ma diamo per scontato che vi fossero indizi forti di condotte illecite, la misura cautelare del sequestro delle azioni è proporzionata al semplice sospetto, ancorché supportato da eventuali indizi? Anche qui dubitiamo fortemente perché in questo caso l'azione della Procura di Milano irrompe sui mercati finanziari non per eliminare truffe o frodi ai danni dei risparmiatori che una volta realizzate procurerebbero un danno irreversibile. Anzi, questa volta i risparmiatori sono i danneggiati.
Chi ha già venduto ha guadagnato perché ha venduto azioni Antonveneta ad un prezzo superiore all'iniziale Opa lanciata dagli olandesi della Abn Amro. Chi, però, si apprestava a vendere in seguito all'Opa di Fiorani rischia di restare a bocca asciutta avendo così un danno non di poco conto. Con il sequestro cautelare, la Procura è intervenuta, dunque, non nell'interesse dei risparmiatori ma per dirimere lo scontro tra soggetti finanziari che si contendono il controllo dell'Antonveneta. Con ciò vogliamo solo dire che se la Procura avesse accelerato le indagini per fare una eventuale richiesta di rinvio a giudizio e procedere poi anche con rito abbreviato, l'eventuale controllo dell'Antonveneta da parte della Banca Popolare di Lodi e degli altri imprenditori che si sarebbe consolidato nel frattempo, avrebbe potuto essere di nuovo smontato e i responsabili avrebbero potuto essere sanzionati sia penalmente che civilmente. In parole semplici senza il sequestro giudiziario, non ci sarebbe stato un danno irreversibile anche quando fosse stata dimostrata la condotta penalmente illecita e per giunta senza alcun danno per i risparmiatori che avrebbero intanto beneficiato dall'Opa di Fiorani e compagni. È qui il punto ed è per ciò che abbiamo definito, da queste colonne, l'azione della Procura una intrusione giudiziaria nei mercati finanziari che hanno altre autorità di controllo ed altre sanzioni per regolare i comportamenti dei soggetti che in essi operano. La riprova del nostro ragionamento sta nella situazione paradossale che il sequestro può determinare. Le azioni sequestrate verranno gestite da un custode giudiziario che in assemblea farà valere l'eventuale diritto di maggioranza o verrà lasciata mano libera agli olandesi di Abn Amro? Nel primo caso, paradossalmente, la Procura avrebbe fatto un piacere alla Banca Popolare di Lodi e agli altri imprenditori perché interromperebbe l'Opa obbligatoria imposta dalla Consob. Nel secondo caso finirebbe per dare la gestione di una banca italiana, l'Antonveneta (i cui azionisti non hanno risposto positivamente all'Opa lanciata dagli olandesi) alla banca Abn Amro del signor Groenick. In questo caso, lasciateci divertire, ci sarebbero forse gli estremi per fare aprire un fascicolo alla Procura di Brescia perché i profili di un favoreggiamento più che implicito verso gli olandesi salterebbero agli occhi di tutti. In un Paese come il nostro in cui ogni giorno si rincorrono voci tendenziose, dinanzi ad una misura cautelare come questa che blocca chi si è opposto alla Abn Amro ed alla sua Opa (noi non tifiamo né per gli uni né per gli altri concorrenti tutti a noi sconosciuti) è difficile resistere alla tentazione di porre alcune domande che qui di seguito riportiamo a mo' di interrogatorio.
È vero che consulente della Abn Amro è Guido Rossi, autorevole avvocato d'affari e già presidente della Consob? È vero. È vero che Guido Rossi è quello che nel '93 svalutò la partecipazione Montedison che la Ferfin (finanziaria della famiglia Ferruzzi) aveva in pancia, consentendo così di trasformare i crediti bancari in capitale di rischio espellendo in tal modo la famiglia Ferruzzi dall'azionariato del suo impero? È vero. È vero che sei mesi dopo quelle stesse partecipazioni la cui svalutazione eliminò dalla proprietà la famiglia Ferruzzi, furono rivalutate nonostante i conti della Montedison fossero, nel frattempo, peggiorati? È vero. È vero che il professor Guido Rossi è molto apprezzato e ascoltato dagli ambienti della Procura di Milano? È vero. È vero che il professor Guido Rossi ha rapporti di intensa amicizia e di frequentazione con esponenti altrettanto autorevoli della Procura di Milano? È vero. Possono tutti questi elementi far pensare a pressioni improprie sulla Procura da parte dell'autorevole consulente dell'Abn Amro? Ne dubitiamo fortemente, anzi siamo sicuri di no, così come dubitiamo dell'esigenza di quella misura cautelare che rappresenta una forzatura e un precedente pericoloso in un mercato azionario come quello italiano dove si consumano nel silenzio generale vicende come quelle della Parmalat o erogazioni di danaro da parte di società pubbliche (l'Eni) in favore del governo del Kazakistan come ha dimostrato la magistratura americana. Sempre, naturalmente, nel silenzio generale del nostro Paese. Morale della favola: la verità si deve testimoniare con tenacia e costanza sempre e dovunque, ma essa va vissuta e temperata con quella prudenza costituzionale che fa degli indagati degli innocenti sino a prova contraria. Le misure cautelari troppe volte alla verifica del giudizio si sono dimostrate per quelle che sono, un'arroganza intollerabile di chi esercita un potere senza assumersene le responsabilità. Alla stessa maniera le intercettazioni tra alcuni banchieri e Antonio Fazio gettano altre ombre inquietanti su di un Paese in cui la società civile è continuamente «ascoltata» e dove frammenti di discorsi estrapolati da un contesto generale possono significare tutto e il contrario di tutto. La verità è che in questa partita si tentano di regolare conti diversi, non ultimo il ruolo dell'unico governatore della Banca d'Italia dichiaratamente cattolico a fronte di una tradizione che vedeva su quella poltrona un laico di estrazione liberale o azionista, per non dire altro. Accelerazioni e misure come quelle adottate dalla Procura di Milano adombrano una lotta di potere che probabilmente hanno molto poco a che fare con le regole del mercato. Possiamo, naturalmente, sbagliare ed in fondo nessuno più di noi vorrebbe essere smentito in questa tenebrosa interpretazione dei fatti che farebbe dell'Italia un Paese sempre più sudamericano. Nel silenzio tombale della politica.