Il silenzio di Zidane l’ultima recita del dio del football

Riccardo Signori

nostro inviato a Berlino

Tutti in piedi: se ne va Zidane. Tutti all’erta, c’è ancora Zidane. Sembra una storia da film ed invece è calcio vero. Non c’è di meglio per chiudere un racconto. Quel giorno Zinedine Zidane concluse la sua carriera di calciatore, in quello stadio Olimpico dove Hitler non strinse la mano a Jesse Owens, davanti a settantamila spettatori che si levarono in piedi per salutare un magnifico cavaliere del pallone. Zidane si toglierà la maglia e la fascia di capitano, sarà felice o sarà triste poco conterà.
Ieri il capitano di tutto il mondo che ama il calcio, si è aggirato come un fantasma sopra le teste di Francia e Italia, sopra quelle dei giornalisti che volevano sentirlo parlare, spiegare, raccontare, mostrare qualcosa di più di quel sorriso melanconico, uno dei suoi marchi di garanzia. Niente, Zizou ha fatto ancora la parte del grande timido. In fondo aveva cominciato così, non sapendo quand’era il momento di parlare, di ascoltare, convinto che per lui conti solo giocare. Un giorno ha ricordato: «Nel ’94, al mio ingresso in nazionale, un gruppo di giocatori fece una riunione in albergo. Io non mi presentai, pensavo non mi riguardasse. Invece Cantona mi chiamò in camera e mi disse: viene anche tu, cosa stai a fare? Scesi le scale a quattro gradini alla volta».
Allora Zizou parlava con un filo di voce. Oggi per il New York Times è «l’uomo più calmo del pianeta». Per gli adoratori di pizza della Bild: «Il Dio del football», dopo che lo avevano definito un nonno, il cui magico football apparteneva al passato. Per tutti è l’icona del bel calcio. Quindi godiamocelo ancora una volta. Così com’è. L’uomo che può portare la Francia a vincere il secondo mondiale o soltanto l’uomo che sa parlare al pallone. E forse al cuore della gente. Quando Jacques Chirac è andato a felicitarsi con la sua nazionale, negli spogliatoi dopo la partita con il Brasile, mancava solo Zizou. Dov’era? Stava consolando Roberto Carlos e Ronaldo. Era stato fantastico sul terreno, non ha dimenticato di esserlo anche fuori. Questi mondiali sono stati il suo percorso del sentimento. È arrivato alla finale facendo dispetto, lasciando pena al cuore a uomini con i quali ha diviso altre storie: Raul, Roberto Carlos e Ronaldo, Figo. Prima di giocare contro la Spagna, ha saputo della morte di Jean Varraud, l’uomo che lo ha scoperto a Marsiglia e portato a Cannes. Non un segno, non un cedimento, solo una grande voglia di giocare bene la partita. Per il vecchio maestro.
Zidane ha cercato la forza nei silenzi. Costretto a parlare prima di giocare contro la Svizzera, ha cercato di combattere contro la voglia di scappare, di lasciarsi esasperare. Contro la Corea si è fatto pescare nell’ammonizione che gli avrebbe vietato la partita contro il Togo. Ed è finito in tackle con Napoleoncino Domenech, uno che deve avere la capacità di far innervosire un fachiro. Zizou ha lasciato il campo buttando via il bracciale di capitano, furori e sentimenti forti gli hanno preso la mano. I soliti nervi incontrollabili. Un vizietto che gli ha rovinato alcuni momenti della vita calcistica. Stranamente, non l’immagine. Zizou ha scontato il 23 giugno. La Francia combatteva, e vinceva contro Togo, la partita che avrebbe cambiato la faccia di questo suo mondiale. E lui stava in tribuna a festeggiare il compleanno dei 34 anni e a domandarsi se il progetto sarebbe ugualmente andato in porto. Il progetto, annunciato due mesi fa a Madrid, prevedeva di lasciare il calcio con una finale di coppa del mondo. Follia o preveggenza? Sarà stato il riposo, sarà stata la meditazione, sarà stato l’orgoglio sostenuto dalla classe, da quel giorno Zidane ha cambiato età: il nonno visto da quelli della Bild si è tolto gli anni, è tornato quello del ’98 o quello dell’europeo 2000. Lo sguardo teso, cupo, condito dall’insaziabilità dei forti, la barba lunga, la testa calva, l’ondeggiare fra le maglie avversarie, l’hanno trasformato in un cavaliere elettrico: tenebroso e spietato.
E quando Zizou ha posto il pallone sul dischetto bianco davanti a Ricardo, il portiere del Portogallo, il destino gli ha indicato la strada. «Ho pensato soprattutto a segnare, non ad altro», ha raccontato. Ora non resta che vincere. Lo ha detto ieri Domenech, con l’indifferenza dei piccoli uomini o con la paura di chi non ha il coraggio di ammetterlo. Zidane lo dice con il silenzio. Poi stasera sarà davanti a tutti, mano nella mano di un bambino che lo accompagnerà fino al centro del campo. Ogni cosa sarà l’ultima. Vivere è un po’ morire. Vincere significherebbe andarsene avendo avuto tutto dalla vita. Nel pallone.