Siliquini, l’avvocato che ha riformato la scuola per vendicarsi del ’68

«Alemanno vuole più tasse sui Bot, sulla Borsa e sui conti correnti? È la proposta di Bertinotti, lasciamola a lui»

Giancarlo Perna

Se dessi retta alle apparenze, direi che la senatrice di An, Maria Grazia Siliquini, è ancora una romanticona a 57 anni suonati. È avvolta come un angioletto in un vestito azzurro cielo, non ha il vizio del fumo tipico delle donne perdute e ricava un innocente piacere giocherellando con un pacchetto di morbidi kleenex. La sua stanza di sottosegretario all’Istruzione è femminilmente ordinata e il posto d’onore nell’arredamento è assegnato al tombolo, vecchio arnese di filanda con cui la nonna intrecciava i merletti. La senatrice si diffonde un po' su questa nonna che considera la capostipite dei Siliquini. Austera insegnante marchigiana, l’ava decide negli anni '40 di portare la famiglia a Torino che da allora si radica in Piemonte. I discendenti si consacrano tutti alla medicina. Sposano medici, generano figli medici, sono medici anche i nipoti. Oggi, 2005, i Siliquini presidiano stabilmente la Sanità torinese come patologi, radiologi, chirurghi, eccetera. La sola eccezione è lei, la senatrice, che in controtendenza familiare ha abbracciato l’avvocatura. A questo punto, capisco che le apparenze ingannano e che l’aria da angioletto è tutta scena.
«Sono stata la prima donna avvocato di Torino. Penalista, per passione. Sono per il garantismo, il diritto, l’ordine», dice con grinta, battendo la confezione di kleenex sullo scrittoio.
«Autentica virago di destra», mi complimento.
«Al liceo ero vicina al Fronte della Gioventù. Ma la decisione l’ho presa grazie ai caporioni del '68 torinese, Marco Donat Cattin e Mario Capanna. Incasinarono l’università che dovette sospendere i corsi. Persi un anno. Il mio primo anno di Legge. “Prima o poi, me la pagherete”, promisi a me stessa».
«L’ha fatto?», chiedo.
«Certo. Come sottosegretario, assieme al ministro Moratti, ho fatto la riforma di destra dell’università. Abbiamo stracciato le storture introdotte negli anni '90 dai Luigi Berlinguer, Zecchino e Amato», esclama soddisfatta.
«L’anno perduto non le ha impedito di fare l’avvocato con successo», osservo.
«Ho lavorato sempre. Sono vedova da 30 anni. Mio marito è morto quando i miei figli avevano l’una due anni, l’altro pochi mesi. Non mi sono più sposata, avevo troppo da fare. Oggi mi pento, ma le cose stanno così», ride, ma dura.
«Lei è senatrice dal '94. Fanno tre legislature. Ogni volta, ha piantato il partito con cui era stata eletta per passare a un altro. Debutta con la Lega, trasloca nel Ccd, carambola in An. Irrequieta è dire poco».
«Sono entrata in politica dopo una frustrazione professionale. Nell’arringa finale di un processo che stavo vincendo, ho fatto un liscio e busso ai magistrati che reagirono con una denuncia per calunnia. Se ne occupò il Tribunale di Milano per legittima suspicione. Dopo tre anni il pm Colombo - sottolineo Colombo, lo spauracchio di Mani pulite - chiese la mia piena assoluzione. Ma intanto avevo perso clienti. Ero disgustata e ho cercato la rivincita in politica», dice.
«Commovente. Ma non spiega le sue capriole», dico.
«Ho avuto contatti con la Lega tramite uno zio leghista consigliere comunale torinese. Non mi aspettavo di essere candidata al Senato, né di essere eletta. Ho mollato la Lega un minuto dopo che Bossi annunciò il ribaltone del novembre '94. Con un passo, mi sono spostata nei banchi accanto, quelli dei colleghi del Ccd. Sono di destra, non potevo seguire Bossi a sinistra. È stato lui a tradire me, non io lui».
«Nel '96, ritorna in Senato col Ccd. Dopo qualche mese, nuovo salto della quaglia», dico affascinato dai fenomeni migratori.
«Nel Ccd cominciano a litigare furiosamente Pierferdinando Casini e Mastella. Io volevo invece stare in pace e lavorare per il Paese. Vado da Pier e gli dico: “Questo clima non fa per me”. Così, penso a An. Vado da Martinat, l’esponente piemontese, mio amico. “Questo è il mio partito. Se mi volete, sono qui”, dico. Mi hanno voluto alla grande. E sono tornata al vecchio amore».
«Ho guardato le sue foto ufficiali nei tre passaggi. Da leghista aveva capelloni neri. Da Ccd un taglio da suorina. Oggi è sofisticata come l’indimenticata Ombretta Fumagalli Carulli. Cambio antropologico?», chiedo.
«Nella prima foto, ero spaventata per l’inattesa elezione. Nella seconda, a scanso di sorprese, avevo portato una foto da casa. Nella terza... be’, che debbo dirle... gli anni passano, i capelli non sono più neri. Ho preferito un taglio più ordinato e qualche meche bionda», sorride Siliquini mentre con tocco fumagalliano sistema gli orecchini a perla.
Come è il suo ministro, Letizia Moratti?
«Una gran dama, capace. Al ministero ci si imboscava. Lei gli ha dato efficienza».
Musona, però.
«Timida e concentrata. Vuole fare al meglio. Tiene una riunione dietro l’altra. Di un tale peso che, alla terza, chiedi libera uscita».
Lei regge il ritmo?
«Io sono come Letizia. I miei collaboratori sono dei sopravissuti alle campagne di Russia».
La Moratti ha oscurato Giovanni Gentile?
«Ha pareggiato. La nostra opera, mi ci metto anch’io, è stata culturalmente rivoluzionaria».
Nientepopò che rivoluzionaria?
«Un abisso tra la nostra riforma e quella della sinistra. Noi abbiamo recuperato molto di Gentile».
Il nocciolo del soqquadro?
«Abbiamo messo al centro lo studente e la famiglia. I docenti vengono dopo. Prima, le famiglie si fermavano al portone e in classe il professore indottrinava i ragazzi, bla, bla, bla. Ora, la famiglia decide i programmi, in base alla personalità dei ragazzi».
Risultato?
«Di 300mila che avevano abbandonato la scuola, 120mila recuperati».
Chi aveva autorizzato la scuola islamica di Milano?
«Non aveva autorizzazione. Hanno scelto l’illegalità, anziché la scuola parificata, concordando l’insegnamento con l’autorità. Ora è stato messo in chiaro che in Italia si va nelle scuole italiane. Se poi vogliono lezioni di arabo, disponiamo noi di professori madrelingua».
Moratti dice: assimilazione, no; integrazione, sì. Che vuol dire?
«Nessuna estirpazione delle radici, studino pure arabo e Corano. Ma imparando l’italiano e la nostra civiltà».
Velo a scuola. Qual è l’atteggiamento ufficiale?
«Se non copre il viso, è consentito. Posizione opposta e più rispettosa di quella francese».
Crocifisso in classe?
«Io sono favorevole. In Italia, il cattolicesimo è prevalente. Gli altri hanno il velo o la keppiah, noi il crocifisso».
E se a uno dà fastidio?
«Guardi i libri e non la croce. Studia di più e critica di meno».
Lei ha la delega agli Ordini professionali. Ci si aspettava che un governo liberale li abolisse.
«È l’obiettivo della sinistra. Noi siamo per svecchiare e ammodernare, non abolire».
Perché la sinistra è contro gli Ordini?
«La Cgil perché vuole iscrivere i professionisti al sindacato. Bersani perché è legato all’Industria che punta a risparmiare, utilizzando professionisti non tenuti alle tariffe legali degli Ordini».
Gli Ordini bloccano però il libero accesso alle professioni.
«Gli iscritti agli Ordini sono 1,8 milioni. Il numero dimostra che non ci sono barriere».
Ma è sempre più difficile entrarci. La laurea è diventata acqua fresca.
«È un punto di partenza, non di arrivo. Si è alzato il livello delle conoscenze. La laurea è essenziale, ma di più gli Erasmus, i master, i tirocini».
Come si fa a abbracciare una professione?
«Stage, esperienza all’estero, lingue e il lavoro lo trovi subito».
Ergo, la laurea breve di tre anni serve a nulla.
«Un’invenzione dei sessantottini al potere nella scorsa legislatura per dare una laurea a tutti con poco sforzo. Noi l’abbiamo riformata. Primo anno eguale per tutti. Poi la scelta: o laurea breve oppure “laurea magistrale” di cinque anni. Chi fa la breve, sarà sempre un subordinato del laureato vero. Chi vuole di più, deve prendere la “magistrale”».
Si dice fuga di cervelli. Ma dove? Le facoltà scientifiche sono vuote. I nostri enti di ricerca coprono gli organici con stranieri.
«Nelle Scienze è il deserto. Ultimi in Europa dopo la Grecia. I pochi cervelli che fuggono, lo fanno perché i baroni universitari bloccano la ricerca. Concorsi fasulli per agli amici degli amici».
Ha nostalgia del Ccd-Udc ora che lo guida il duo Casini-Follini?
«Brava gente, ma dice bianco per dire nero. Faccio il segno della croce quando penso come l’ho scampata bella seguendo l’intuito».
Perché ha scelto An invece di Fi?
«Sono moderatissima, ma di destra. Adoravo Almirante e stimo Fini».
Prodi apre alle coppie gay. Sovvertimento dell’ordine divino?
«Prodi è un opportunista. Da vecchissimo dc stantio si è trasformato, per calcolo di voti, in un radicale di sinistra».
È tornato Tremonti.
«Spero che, fatto tesoro dell’esperienza, sia meno primo della classe».
Che pensa del Cav?
«Persona per bene e generosa. Si è speso tanto per salvare l’Italia dal degrado della sinistra. Ma dovrebbe imparare da Fini a tenere un po' più il becco chiuso».
Il miglior candidato a guidare la Cdl nel 2006?
«Fini, il preferito nei sondaggi».
La Cdl ha già perso?
«Se smettiamo di litigare, i nostri elettori non vedono l’ora di farsi riprendere».
Alemanno vuole più tasse su Bot, Borsa e conti correnti.
«È la proposta di Bertinotti, lasciamola a Bertinotti».
Il suo prossimo partito?
«Un giorno quello dei pensionati. Oggi e domani: Gianfranco Fini».