Con «Sillabari» Paolo Poli trova l’estro nella nostalgia

Racconti brevi intrisi di poesia, pregni di significati e di verità, carichi di forza e di emozioni. Perché proprio ai sentimenti dell'uomo sono dedicati questi scritti del garbato Goffredo Parise ai quali Paolo Poli, con la sua proverbiale intelligenza ed estro indiscusso, si è ispirato. Con «Sillabari», mercoledì (fino al 1 febbraio) il grande affezionato della sala milanese restituisce alla platea del Carcano una grande magia, plasmando il linguaggio di un uomo che ebbe la fortuna di conoscere, autore contemporaneo che fece della semplicità il suo motto. Forse un po' nostalgico della giovinezza, l'attore - regista, autore, scenografo, costumista, mimo, burattinaio, cantante, fantasista, trasformista - Poli, ha trovato nella purezza e nella dimensione elementare dei «Sillabari» l'occasione per dipingere il proprio passato, i contorni di una società e di un'epoca trascorse, di costumi ormai fuori moda, ma pur sempre magici. Partendo dall'Amore, poi l'Allegria, l'Anima, per continuare in rigoroso ordine alfabetico con Bambino e poi Carezza ed altri ancora fino alla lettera S, Poli, nel rispetto dell'essenzialità dei testi di Parise, dà forma alla preziosa collezione di tonalità, a volte cupe, altre volte più intense e brillanti, che colorano l'esistenza umana. Seguendo le dinamiche coreografiche di Alfonso De Filippis, i personaggi comuni, ma grandi nella loro umiltà, interpretati da Poli che, immerso nelle ambientazioni pittoresche di Emanuele Luzzati, cambia continuamente i sorprendenti costumi di Santuzza Calà, sono testimoni di un'Italia che cambiava e che correva incontro alla modernità. Portavoce di una «verità letteraria che sia specchio della storia», bambini sorpresi e stupiti dall'ambiguità del mondo, vecchietti in contraddizione con una società destinata alla deriva, donne sole e uomini in perenne guerra con la sopravvivenza. Mescolando la letteratura delle canzonette all'interno della prosa poetica di Parise, Poli, una delle espressioni più autentiche ed originali del nostro teatro, quasi ottuagenario, si avventura in due ore tra canti, balli, recitazione e trasformismi. Senza perdere di vista la sua solita eleganza «il pierrot saltimbanco, dissacratore, show vivente», solo per citare alcune delle numerose definizioni che i critici e gli addetti ai lavori si sono divertiti ad affibbiargli, offre un affresco del Bel Paese tra gli anni Quaranta e Settanta.