Siluro di «Repubblica» a Prodi: Partito democratico senza leader

Un sondaggio gela il Prof, che però insiste per ridurre il potere di Ds e Margherita. Rutelli chiede conto ai suoi sul caso-tessere

Laura Cesaretti

da Roma

A Bologna per il weekend di riposo casalingo, Romano Prodi festeggia il primo anniversario delle primarie che lo incoronarono candidato premier del centrosinistra, e si mostra ottimista sul futuro del Partito democratico perché «c’è grande entusiasmo, fermento, c’è veramente un desiderio di unità di cui bisogna tenere conto».
Non lo preoccupa certo quel sondaggio pubblicato ieri da Repubblica, secondo cui solo il 35% del campione vuole la nascita del nuovo partito, mentre il 54% sostiene che il vecchio Ulivo gli basta e gli avanza. Repubblica titola che il Pd «per ora non scalda i cuori», ma il Professore rassicura: «Ho letto con interesse il sondaggio, ed è chiaro: l’Ulivo è evocativo di sentirsi uniti, insieme. È la stessa cosa che vuol fare il Partito democratico: le percezioni sono ancora di simboli distinti, ma il significato politico è lo stesso».
Del resto il premier deve aver capito benissimo che quel sondaggio di Repubblica serviva più che altro a mandargli un avvertimento, ben spiegato dall’autore della ricerca Nicola Piepoli: «Il partito democratico non fa sognare perché manca il leader. Dalle nostre ricerche emerge la richiesta della base di una figura di grande carisma, più quarantenne che cinquantenne, capace di parlare di futuro». Identikit che esclude nettamente Prodi, che «è vissuto come capo del governo», dice Piepoli, o mero «amministratore straordinario», come disse Carlo De Benedetti consigliandogli di lasciare la politica ad altri. E guarda caso, nota Repubblica, le rilevazioni più recenti «attestano Walter Veltroni quale leader politico più apprezzato» dagli elettori del centrosinistra, oltre che da Nicole Kidman e Sean Connery. Ma il fatto che il più probabile futuro erede della leadership sia l’attuale sindaco di Roma preoccupa più Fassino e Rutelli che Prodi, per il quale il Partito democratico rappresenta soprattutto una polizza di assicurazione sulla vita del suo governo e della sua leadership nell’immediato, uno strumento per ridurre drasticamente il potere contrattuale degli attuali partiti e delle loro classi dirigenti rispetto a un premier senza partito. Di qui la necessità di accelerare il processo e la minaccia di ricorrere ancora alle primarie per bypassare le resistenze dei partiti. Massimo D’Alema torna però ad avvertire che un partito non si crea nei «gazebo» e che «non c’è un’ora X in cui un Big bang lo fa nascere». Niente forzature plebiscitarie, insomma, e rispetto per «quella massa di 900mila persone iscritte a ds e Margherita» che «sono parte della società civile».
Nel frattempo, Fassino e Rutelli (alle prese col problema delle tessere fantasma della Margherita, su cui ha chiesto che si faccia «chiarezza» dentro il partito) continuano a battibeccare su identità cattolica e appartenenza socialista del futuro partito. Rutelli invita i ds ad «assumere come uno dei valori di maggior forza coesiva» quello di Santa romana Chiesa, Fassino gli ribatte che il Pd sarà «l’incontro di più culture», compresa quella «cattolico-democratica», che è solo «una delle culture riformiste» accanto a quella della sinistra. E poi il segretario ds (assediato dai dissidenti interni che agitano la bandiera del Pse) avverte: «Il partito democratico deve assumere il Pse come naturale interlocutore: se vuoi stare tra le forze riformiste stai lì».
Sull’identità cattolica, agitata come vessillo dalla neonata corrente filorutelliana dei «teodem» della Margherita è un vecchio leader Dc come De Mita a dire parole di laica saggezza che suonano come una bacchettata: «La politica non è una teologia. Sta alla Chiesa il compito della costruzione delle coscienze, non immaginiamo di farlo noi: la suggestione che le istituzioni possano veicolare valori è illiberale. Altro è fare riferimento ai valori e altro che il valore lo si invochi con la norma».