Silvio e il Colonnello: si può essere addolorati pure colpendo il nemico

Il dispiacere per le sorti di Gheddafi espresso da Berlusconi è un segnale al mondo: non c’è bisogno di uccidere il Colonnello per abbattere il regime <br />

Ma si può essere ad­dolorati per la sor­te di Gheddafi? La frase di Berlusconi è stata commentata con seve­ro disprezzo, dai leader politi­ci dell’opposizione e non so­lo. Sicuramente stride con l’immagine di un dittatore che massacra la sua popola­zione insorta: si può avere pietà e provare dolore per chi sparge sangue e dolore nel suo stesso popolo? Berlusco­ni, osservano, si lascia guida­re dal suo rapporto persona­le di amicizia con Gheddafi. E questo, per chi avversa Ber­lusconi, è un segno evidente che in lui il senso dello Stato e delle responsabilità storiche si annulla rispetto ai rapporti privati e personali. Per i suoi sostenitori, invece, è il segno dell’umanità di Berlusconi; in lui eccede il lato sentimen­tale e vorrei dire cristiano ri­spetto alla condanna storica del tiranno.

Probabilmente saranno ve­re entrambe le spiegazioni, come il diritto e il rovescio di una stessa medaglia, ma non sbrigherei la frase di Berlusconi come un’invasione della sfera privata e affettiva su quella pubblica e istituzionale. A me quella frase è apparsa la traduzione popolare, mediatica ma meditata, di un messaggio preciso inviato a Gheddafi e alla Libia, alla Francia e al mondo, e naturalmente agli italiani: noi vogliamo costringere il regime di Gheddafi alla resa, ma non siamo per l’eliminazione fisica di Gheddafi; puntiamo a disarmarlo, non a ucciderlo. È una tesi che è stata ribadita in altri termini da Frattini quando ha detto che l’Italia darà le sue basi militari per le azioni indicate dalle Nazioni Unite e non per bombardare il bunker di Gheddafi. Si può condividere o meno questa linea, ma è una linea che tiene conto di quattro cose: 1)La delicata posizione dell’Italia rispetto alla Libia, anche e non solo dal punto di vista geo-grafico, e dunque la necessità di distinguersi dai falchi francesi; 2) I rapporti intensi avuti finoa ieri con la Libia di Gheddafi che non consentono voltafaccia così radicali; 3) Le incognite per il dopo Gheddafi aperto a situazioni tipo Somalia o tipo Irak, e a soluzioni omogenee a interessi di alcuni Paesi (per esempio la Francia) ma ai nostri danni; 4) Il rispetto della risoluzione Onu, che non indica l’eliminazione fisica di Gheddafi come obbiettivo dell’intervento. Senza considerare i tanti Paesi importanti che si sono chiamati fuori dalla risoluzione. Mi sembra una linea condivisa anche dal Quirinale.

La strategia di fondo è limitare la portata degli attacchi agli obbiettivi strategici, evitando che si passi dalla parte del torto, bombardando la gente. Perché il paradosso di questa missione è che nasce per evitare lo spargimento di sangue degli insorti e della popolazione ma allo stato attuale il regime di Gheddafi, incattivito e assediato, ha accelerato proprio quei massacri. E i bombardamenti occidentali, per essere efficaci, rischiano di colpire anche obbiettivi civili. Aggiungete anche l’uso cinico degli scudi umani che ci costringono a diventare, contro le nostre intenzioni, complici dei massacri. Non dimentichiamo poi che Gheddafi è stato negli ultimi anni, come ricordava D’Alema in un recente discorso, un buon alleato dell’Occidente contro il terrorismo e l’immigrazione selvaggia, e ora rischiamo di regalare lui o la Libia alla causa del fanatismo islamico.

Si può condividere o meno questa linea italiana, ma credo che sia ragionevole e prudente. Una linea che non dispiace nemmeno ad Obama e alla Merkel; lo ricordo ai due rispettivi tifosi italiani, Bersani e Casini, che si sono indignati per le dichiarazioni di Berlusconi. Non ripeterò quanto io detesti da anni Gheddafi; dico solo che la ragion di stato a volte impone di trattare anche con ceffi, tiranni e cialtroni, se servono per arginare e fronteggiare pericoli maggiori e per procurare beni superiori all’interesse nazionale e comune.

Dal punto di vista storico resta la domanda di fondo: si può provare dolore per la condanna a morte di un dittatore? Io dico di sì, si può provare umana, cristiana pietà per una persona che muore, anche se è un personaggio negativo, soprattutto se si è stabilito con lui un rapporto. Però, se si tratta di criminali accertati e ancora in piena attività, la pietà non può indebolire la giustizia; va scisso il lato umano e personale da quello politico e istituzionale. Certo, le bestiali mattanze dei dittatori, e noi ne sappiamo qualcosa, restano comunque pagine incivili di cui vergognarsi.

Neutralizzare Gheddafi, costringerlo alla resa, diventa l’imperativo dell’impresa. Ucciderlo sia extrema ratio finale e non il progetto di partenza. Voi dite,un po’ sorpresi;ma com’è tenera questa destra italiana. Io dico con pari sorpresa: ma com’è feroce questa sinistra pacifista e come sono feroci pure questi (demo)cristiani cresciuti a Gesummaria e Andreotti.