Tra Silvio e la Piovra, "Repubblica" sceglie la Piovra

Se mai qualcuno, spinto da un’insana pulsione masochistica, avesse deciso di affrontare, su Repubblica di ieri la lettura di Giuseppe Segugio D'Avanzo, e farsi avvolgere, o meglio strangolare, dalla consueta lenzuolata di righe, sarà giunto, come noi, che l’abbiamo letto, per esclusivo dovere d’ufficio, a una semplice conclusione di buon senso.
I pentiti, in primis l’ex muratore-imbianchino di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza, che stanno tirando in faccia a Berlusconi e a Dell’Utri cazzuolate di palta, dicono solo una quantità industriale di scempiaggini, sgranando un rosario di parole in libertà per il semplice motivo che non hanno niente da dire. Non hanno alcun elemento, alcuna prova da usare come arma per far fuori il Cavaliere e i suoi più intimi amici. Insomma, sparano nel mucchio, giusto per fare un po' di rumore. E i mafiosi, quelli più altolocati, tipo quel Giuseppe Graviano da Brancaccio, uno dei pochi ad essere ammessi alla corte di Toto Riina, li lasciano fare. Li lasciano parlare senza maledirli, senza minacciare di morte loro e i loro parenti. Pentiti inattendibili, quindi, usati dalla mafia per un chiaro disegno. Questo ci «svela» D'Avanzo.
Curiosamente è la medesima tesi che sostenevamo ieri noi, su queste stesse colonne per giungere alla conclusione, non proprio campata in aria a parer nostro, che la mafia stia preparando il suo golpe contro Berlusconi servendosi di picciotti che stanno distillando deposizioni ad orologeria contro il Cavaliere colpevole di aver combattuto Cosa nostra come non era mai accaduto prima. E le deposizioni, a orologeria o no, contro il Cavaliere, come si sa, fanno sempre comodo a una buona parte della magistratura.
Solo che, pur rilevando e ammettendo queste cose, il commissario D’Avanzoni arriva a bene altre, sensazionali conclusioni. Azzarda scenari che la fantasia di un umano non potrebbe mai concepire senza essere stata temprata da verbali e verbali da piste e intrecci segreti, come è stata temprata la sua in tutti questi anni. Tenetevi forte e seguitelo nel labirinto del suo ragionamento: la famiglia Graviano e con essa una robusta parte dell’establishment mafioso che ancora conta e può muoversi con disponibilità di mezzi, è stanca, decisamente stanca, dopo anni e anni di paziente attesa. Quindi ha deciso di lasciar parlare i pentiti, almeno quei pentiti che offre il mercato del giorno, anche se arruffoni, lacunosi e soprattutto disinformati, perché è arrivata alla resa dei conti. La mafia, ci spiega gentilmente D’Avanzo, pretende cioè da Berlusconi quella benevolenza che da sedici anni, cioè da quelle famose bombe-avvertimento del ’93, Berlusconi avrebbe dovuto concedere. In buona sostanza, dice con convinzione (nel senso che persino lui sembra crederci davvero) il segugio di Repubblica, poiché la mafia che ha pazientato per sedici anni adesso si è stancata, ha deciso di farla pagare all’«amico» Berlusconi che non ha cancellato il 41 bis, che ha fatto arrestare tremila e passa mafiosi, che non ha mantenuto un sacco di altre promesse, sul fronte degli appalti e della legislazione, che avrebbero permesso a Cosa nostra di continuare a spadroneggiare.
Straordinario. Un capolavoro di arditezza da far vedere dritti di colpo persino i grattacieli storti di Daniel Libeskind.
Ma il bello, o meglio il dramma, è che non finisce qui. Perché uno come lui, uno cioè che ha fantasia D’Avanzo, pur di fornire radici alla sua appena germogliata tesi, non esita a concedere il passaporto della credibilità a pentiti talmente incredibili (o credibili solo per i magistrati, che poi è la stessa cosa) da venire ridicolizzati dagli stessi Graviano. Che, negli interrogatori in carcere hanno più volte espresso e sottolineato con gli sfottò delle migliori adunate goliardiche la loro opinione su Gaspare Spatuzza e le sue informazioni.
Dunque, se due più due continua a far quattro, a maggior ragione se si va a tirare le somme scrivendole sui pizzini, l’investigatore di Repubblica non esita a schierarsi con la mafia pur di sparare un palla di cannone contro il premier. Perché la sua equazione è semplice. Berlusconi è amico della mafia da almeno sedici anni, la mafia, come amico, gli ha chiesto a suo tempo dei favori. Lui di favori a Cosa nostra non ne ha mai fatti ma anzi ha bastonato e fatto bastonare i capibastone, quindi adesso gliela fanno pagare. Capite?
E secondo voi se fosse così, la mafia, che non è un gruppo di gentildonne dell’esercito della salvezza, davvero avrebbe aspettato pazientemente per sedici anni prima di punire un «amico» che non è mai stato amico? Siamo al di là di ogni limite. Solo che «l’unico modo per non far conoscere agli altri i propri limiti, è di non oltrepassarli mai», diceva Giacomo Leopardi. Che avesse già avuto la fortuna di leggere Repubblica?