Silvio fa pace con Bossi: "E adesso le riforme"

Berlusconi sicuro della tenuta del governo. La frecciata agli alleati: "Su Papa non hanno mantenuto gli impegni". Il Senatu: "Il Cav ci ha dato il federalismo, staremo sempre con lui". Nodo giustizia: spunta Mantovano per la successione di Alfano

Roma «Con la Lega non c’è alcun problema, sono loro ad avere un problema». Berlusconi, in partenza per villa Certosa in Sardegna, rassicura tutti che «il governo va avanti più forte di prima e faremo le riforme». Ma si toglie il sassolino dalla scarpa denunciando che il Carroccio «aveva preso un impegno nel voto in Parlamento e non lo ha rispettato». Il riferimento è al voto della settimana scorso a Montecitorio che ha aperto le porte del carcere al deputato pidiellino Alfonso Papa. «Al Senato, invece, questo impegno è stato mantenuto» dice il Cavaliere in relazione al «no» agli arresti per il senatore del Pd Alberto Tedesco.

La questione dei rapporti con il Carroccio resta centrale e a chi gli chiede se il Senatùr detenga ancora la leadership del partito, Berlusconi risponde fermo: «Assolutamente sì. Ripeto ciò che ha detto qualcuno di loro: “La Lega è Bossi, Bossi è la Lega”». Nessun problema tra Umberto e Silvio, quindi. Concetto ribadito poche ore dopo dallo stesso Senatùr che, dalla villa Reale di Monza per inaugurare le sedi distaccate dei ministeri, conferma: «Non abbiamo problemi, anzi... le cose vanno bene, di bene in meglio».

Certo, c’è stato il vulnus del «sì» alle manette a Papa che Berlusconi ha definito «una vergogna»; ma il Senatùr minimizza: «Si sapeva che su una cosa come Papa la Lega aveva difficoltà, ma non è un esempio da tenere in considerazione». «Il problema - ha poi aggiunto - non è che salvi un delinquente ma è di dare una immagine comprensibile alla gente. La Lega deve sempre avere una sola parola, non dieci, altrimenti si crea solo confusione. Occhio che mi potrei arrabbiare». Nessuna conseguenza sulla tenuta del governo, quindi. «Abbiamo venti mesi di lavoro per approvare le riforme che prima, con la presenza nel nostro movimento di persone che non erano d’accordo, non potevamo fare», giura il premier. «Ho sentito Berlusconi ieri (venerdì, ndr) per telefono dal mio letto di ospedale - conferma Bossi - e la questione penso sia chiusa».

Insomma, presumibilmente Bossi ha rassicurato Silvio: su qualche tema ci si smarca ma senza rompere. «Non abbiamo problemi con Berlusconi - giura il leader del Carroccio -, ci ha dato il federalismo». Ma proprio sulla riforma il leader del Carroccio in serata ha voluto sottolineare che «il Senato federale e il dimezzamento del numero dei parlamentari non dovrà più tornare in Consiglio dei ministri, lo dico una volta per tutte. Il provvedimento è passato con una formula per la quale i singoli ministri interessati possono trovarsi e modificare qualcosa, ma la riforma non deve passare più per il Consiglio dei ministri».
Comunque sembra il momento della fedeltà. Non a caso persino il ministro Calderoli, non certo un lealista del cerchiomagico, tiene la linea del capo: «Se abbiamo fatto pace con Berlusconi? Non ce n’era bisogno perché non abbiamo mai litigato». E pure il governatore del Piemonte Cota nega ogni strappo: «Tra Pdl e Lega vedo una situazione assolutamente normale». Un concetto, questo, ribadito anche dal ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla, presente a Monza assieme a Tremonti, Bossi e Calderoli: «La maggioranza è coesa e andremo avanti fino alla fine della legislatura».

Tutto a posto quindi? Non è detto. Perché Berlusconi parte per la Sardegna con la grana di Noi Sud che denuncia un eccessivo peso della Lega e con il prossimo nodo da sciogliere: quello del nome giusto per sostituire Angelino Alfano alla Giustizia. I nomi che circolano sono sempre gli stessi: Renato Brunetta, Franco Frattini, Maurizio Lupi, Donato Bruno, Anna Maria Bernini, Enrico La Loggia e Francesco Nitto Palma. Con l’aggiunta di un’altra «carta» che in molti, nel Pdl, giudicano perfetta: Alfredo Mantovano. Magistrato, attuale sottosegretario agli Interni, onestissimo, determinato senza essere inviso alla casta dei giudici, equilibrato. «Sarebbe ottimo - dice un anonimo pidiellino - ma alla fine sarà Brunetta. Forse. Perché bisogna vedere quanto il presidente abbia voglia di scontrarsi con Napolitano».

Non è un mistero, infatti, che il Colle preferisca un nome al di fuori dalla compagine di governo. Altra obiezione: Brunetta, che ha le dimensioni degli attributi inversamente proporzionali alla propria statura, sarebbe un osso talmente duro per la casta dei magistrati che sarebbe guerra aperta un’ora dopo il suo insediamento. Così, nelle ultime ore, salgono le quote di Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera dei deputati e molto apprezzato dal premier. Lupi continua a dichiarare di non voler traslocare al ministero di via Arenula ma le pressioni perché riveda il suo rifiuto si fanno sempre più forti. In ogni caso occorre fare in fretta: il partito - e quindi anche la maggioranza che sostiene il governo - ha bisogno di un Alfano in pieno servizio.