Silvio: «Il governo non rischia Abbiamo i numeri dalla nostra»

RomaBasta. Via. Sciò. Se ne vada anche dalla Camera. «Prenda esempio da Sandro Pertini, che era di sinistra ma era pure un galantuomo, e si dimetta». No, Silvio Berlusconi non ha alcuna intenzione di mollare l’osso: dopo averlo «politicamente» espulso dal partito, adesso vuole che Gianfranco Fini lasci la presidenza di Montecitorio. Non è un dispetto, non è solo una ripicca: lì da quella poltrona, dove si indirizzano i calendari e i lavori parlamentari, l’ex cofondatore può continuare a dare molto fastidio. Perciò fuori, visto che con la nascita del gruppo finiano lo scenario è cambiato.
Il giorno dopo lo strappo, Berlusconi appare rilassato ma determinato. «Mi sono tolto un dente», dice. Sul momento fa male, poi si sta meglio. Altro paragone di queste ore, il divorzio da Veronica. «Si, umanamente soffro anche stavolta. Mi piange il cuore, però era un passo obbligato». Il perché lo spiega in un videomessaggio ai Promotori della libertà di Michela Brambilla. «Grazie a questa scelta, sofferta ma necessaria, siamo nelle condizioni di governare più sereni e nella chiarezza. Abbiamo davanti tre anni nei quali, superate le emergenze e accantonate le polemiche, ci dedicheremo alle riforme». Poi respinge al mittente l’accusa. «Non liberale chi? Io? No, sono Fini e parlamentari e i suoi ad aver dimostrato di essere lontanissimi dalla nostra cultura liberale. Con il pretesto del diritto di critica, scontato, hanno cercato di riportare in vita i metodi peggiori della Prima Repubblica, dalle correnti alla mediazione continua che paralizza tutto».
Fini, agli occhi di Berlusconi, era diventato un pericoloso corpo estraneo. «Ha iniettato il virus della disgregazione - insiste - la colpa di quello che è successo è tutta sua. Per due anni, mentre il governo affrontava con successo sfide difficilissime, prima tra tutte la crisi economica, altri all’interno della nostra coalizione remavano contro». Un tradimento continuo: «È successo che degli eletti dal Pdl hanno lavorato in modo sistematico per rallentare e bloccare il nostro lavoro». Anzi, peggio: «Hanno offerto una sponda ai nostri nemici. All’opposizione, ai settori politicizzati della magistratura, a certa stampa, ai peggiori giustizialisti, accreditando un’immagine diffamatoria del Popolo delle libertà». Da qui la «rottura insanabile» che «ha provocato sconcerto tra gli elettori» e costretto a dichiarare i finiani «incompatibili con i principi ispiratori del movimento».
E adesso? Adesso si prosegue come se nulla fosse. «Abbiamo i numeri per andare avanti sereni. C’è un programma da completare e vogliamo farlo entro il termine della legislatura». Nessun cambio nell’esecutivo, i finiani possono restare. È lo stesso Cavaliere in mattinata a confermarlo, rassicurando Andrea Ronchi alla fine del Consiglio dei ministri: «Gli amici di Fini nel governo lavorano bene, sono validi, non ho dubbi sulla loro lealtà e non ho ragione di modificare la squadra».
Per il Cavaliere un’altra giornata intensa, cominciata l’altra notte a Villa Aurelia per i 50 anni di Gianfranco Rotondi. Al piano Peppino di Capri, che cantava: «Champagne, io devo festeggiare la fine di un amore, cameriere champagne». Berlusconi sedeva al tavolo centrale e si confidava con Assunta Almirante: «Non sono preoccupato, con Fini ci sono quattro gatti». Il giorno dopo il Consiglio dei ministri, un incontro faccia a faccia con Umberto Bossi e un altro vertice serale a Palazzo Grazioli con lo stato maggiore del partito. L’incontro serve per pianificare le prossime mosse. La più importante sarà il discorso di martedì al Senato in cui annuncerà una commissione d’inchiesta sull’uso politico della giustizia, un «processo ai processi».
Il premier sente puzza di bruciato. Tra ottobre e novembre è attesa la sentenza della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento e tira aria di bocciatura. E siccome in autunno il lodo Alfano «costituzionalizzato» non sarà ancora pronto, Berlusconi potrebbe trovarsi senza scudo, esposto a qualche chiamata per il processo Mills. A quel punto, nulla si potrà escludere, tantomeno il ritorno alle urne. «Vedremo quanta forza avrà Fini, se riusciranno a renderci la vita difficile, Noi in ogni caso siamo pronti a tornare dagli italiani per chiedere il loro giudizio». Se ci sarà una crisi, Berlusconi dirà a Napolitano che non c’è spazio per governi tecnici, ma solo per le elezioni. «E noi siamo gli unici a non avere paura del voto». Gran chiusura al castello di Tor Crescenza: sorrisi, canzoni e barzellette e un menu tricolore.