Silvio a processo in 80 giorni. Il governo D’Alema in 11 anni

Sulle irregolarità nella gestione di fondi e appalti della <em>Missione
Arcobaleno</em> la Procura rischia la prescrizione: un altro esempio di
giustizia a doppia velocità

Undici anni contro 80 giorni. Ottanta giorni per arrivare al processo contro Silvio Berlusconi, undici anni per non riuscire nemmeno a iniziare il dibattimento sulle presunte malefatte dell’operazione Arcobaleno, targata governo D’Alema. Ottanta giorni per terremotare l’immagine del leader del centrodestra; undici anni per far evaporare, goccia a goccia, un’inchiesta che aveva messo in imbarazzo il centrosinistra nella versione dalemiana.
Da Milano a Bari ecco due storie che raccontano al meglio il peggio della giustizia italiana. E le sue diverse velocità. A Milano il premier viene iscritto nel registro degli indagati pochi giorni prima di Natale e in un amen viene rinviato a giudizio. A Bari, invece, un’inchiesta interminabile si affaccia timidamente al processo dopo undici anni. E a un passo dalla prescrizione incombente. Game over.
È il 2000 quando nel mirino dei pm finisce la missione voluta da D’Alema per aiutare i kosovari in fuga dalla loro terra bombardata dalla Nato. Panorama e poi Striscia la notizia alzano il coperchio sulle malefatte, le ruberie, le attività oblique di quella che oggi si chiamerebbe la cricca. Al vertice della cricca c’è, secondo i pm, Franco Barberi, all’epoca capo della protezione civile e sottosegretario. L’accusa, per lui e per i suoi collaboratori, è quella di aver favorito ditte amiche per l’aggiudicazione di appalti pubblici, in particolare quelli miliardari delle divise della polizia; ancora di aver brigato per portare lo stesso Barberi ai vertici della Protezione civile e addirittura di aver fatto saltare la testa del prefetto Bruno Ferrante, capo di gabinetto del Ministro dell’Interno e nemico della cricca. Il 20 gennaio 2000, più di undici anni fa, vengono arrestati il capo della missione in Albania Massimo Simonelli e il numero uno del campo profughi di Valona Luciano Tenaglia. Con loro vengo ammanettate altre due persone. D’Alema s’inalbera e parla di «scandalo inventato» e «manovre politiche da bassa cucina». Non basta, perché il cerchio degli indagati si allarga: vengono raggiunti da un invito a comparire alcuni funzionari della protezione civile, imprenditori, il deputato Ds Giovanni Lolli e l’ex parlamentare Ds Quarto Trabacchini. Trabacchini e Lolli avrebbero soffiato ad alcuni amici della cricca la notizia che i loro telefoni erano sotto controllo. Provocando un danno gravissimo per gli investigatori.
L’indagine sembra inarrestabile e perfino D’Alema viene sentito come testimone dal pm Michele Emiliano. Che però, qualche tempo dopo è protagonista di una singolare metamorfosi: lascia l’inchiesta, va in aspettativa e corre da sindaco per il centrosinistra che a lungo ha scandagliato. Curioso: nel 2004 il pm che ha messo il naso negli affari, forse sporchi, del governo D’Alema, diventa sindaco di Bari alla testa di una coalizione il cui azionista di riferimento è lo stesso partito di D’Alema. L’indagine invece è diventata talmente grande da non avere più confini e si allunga pure il catalogo dei reati contestati: abuso d’ufficio, concussione, corruzione, peculato, associazione a delinquere, addirittura attentato agli organi costituzionali.
Insomma, il procedimento sbanda di qua e di là. Poi, finalmente, l’indagine, che si è allargata alla sparizione dei viveri nei campi profughi, al business delle divise dei vigili del fuoco, ai rapporti con le cosche albanesi e a chi più ne ha più ne metta, si chiude. Troppi i filoni e troppo il tempo passato. Ma il peggio deve ancora arrivare.
Il processo ai 17 imputati non riesce a decollare. Sono sette le false partenze in due anni. E intanto i pm perdono i primi pezzi. Le accuse contro Lolli e Trabacchini, imputati di favoreggiamento, vanno in prescrizione. È incredibile, ma non si riesce comporre il collegio giudicante. La giustizia, la stessa che a Milano accelera per arrivare alle sentenze sul premier, a Bari frena: è l’incompatibilità il virus che porta lentamente all’eutanasia. Molte toghe erano gip all’epoca dei fatti e non possono più occuparsi della presunta cricca. Il 10 febbraio scorso si tiene finalmente la prima udienza, ma il dibattimento va subito in testacoda e viene rinviato al 4 maggio. Siamo alla farsa. Perché i testi che dovranno essere ascoltati sono 66 e fra di loro ci sono figure carismatiche della sinistra come Walter Veltroni, Franco Bassanini, Sergio Cofferati.
Un esercizio virtuale. La prescrizione scatterà esattamente fra un anno: a febbraio 2012. E a quel punto quel che è sopravvissuto al naufragio generale andrà definitivamente al macero. Due giustizie. Due velocità. Un processo che brucia i tempi e conta le settimane. Un altro che va in letargo, nel silenzio generale, e muore di consunzione dopo aver scavalcato la soglia dei dieci anni. Un’altra pagina di vergogna nazionale.