Silvio rischia correndo solo ma vincerà lo stesso

Caro Granzotto, cosa sta succedendo nel centrodestra? Quella verso la vittoria elettorale sembrava una passeggiata ma ora ho il timore che si riveli una corsa in salita. Le bizze di Pierferdinando Casini, i bronci di altri esponenti di gruppi e movimenti moderati, l’intromissione a valanga di Giuliano Ferrara che minaccia una sua lista «pro vita» sono tutti segnali negativi, mentre dall’altra parte la perfetta macchina elettorale della sinistra, con forte appoggio della stampa, marcia tranquilla. Non è che con la storia del partito unico Veltroni ha lanciato a Berlusconi un boccone avvelenato?


Il suo è un sentimento diffuso, caro Bonati. Che però sia giustificato, è tutto da vedere. La ragione del malessere, chiamiamolo così, è l’opinione che quella del partito unico a vocazione maggioritaria sia la soluzione ai problemi. Che cioè garantisca la governabilità. Questo è quello che sostiene Veltroni e con lui la pressoché totalità dei commentatori e larghissima parte dell’opinione pubblica. Il partito unico rappresenterebbe poi il «nuovo», il «cambiamento» e il «rinnovamento»: non è del tutto vero, ma piace pensarla così. A ben vedere, non è nemmeno vero, quanto meno non automatico, che il partito unico assicuri la governabilità. La storia repubblicana è costellata da unioni e scissioni, da partiti che si aggregano per poi dividersi, che si riunificano per poi divorziare. Dunque, niente di nuovo sotto il sole. Inoltre, il militare sotto lo stesso simbolo non ha mai garantito quell’unanimità (pur conseguita con il mitico «dibattito interno») che a sua volta garantirebbe la governabilità. È indubbio che col partito unico Veltroni possa, meglio di un Prodi alle prese con una marezzata coalizione, governare le controversie. Ma i rischi di scollamento, di insubordinazioni se non di scissioni restano. E veniamo agli indiscutibili vantaggi, anzi all’indiscutibile vantaggio, uno solo: il bipartitismo (chiamiamolo così) spazza dalla scena i nanopartiti, che da noi sono oltre quaranta con la tendenza all’aumento. Correre da soli significa vedersela con la soglia di sbarramento che sarà anche bassa, però non tanto da consentire di scavalcarla agevolmente. E senza i nanopartiti specializzati in mega ricatti, quadro e situazione politica ne hanno tutto da guadagnare.
Silvio Berlusconi ha accettato di raccogliere la sfida - che ora lei, caro Bonati, definisce un boccone avvelenato - di Walter Veltroni. Consapevole dei rischi che comporta perché se col vecchio cartello poteva sbaragliare a chius’occhi la sinistra - il «cappotto» - andandoci così la vittoria dovrà sudarsela. Anche perché Veltroni è un furbo di tre cotte e dopo aver predicato il «nudi alla meta» s’è andato ad apparentare (piccola ipocrisia verbale che ricorda le candidature «indipendenti» nelle liste del Pci) con l’Italia dei Valori. Lisciando così il pelo ai giustizialisti - cioè gli antiberlusconiani viscerali e inveterati - che allignano in parte della società civile e che senza la sponda dipietrista avrebbero disperso il loro voto nella riserva indiana della sinistra radicale. Il Cavaliere appare però in gran forma: vuole, come dice Giuliano Ferrara, un suo happy end - aspirazione non solo legittima, ma sacrosanta - e lo vuole a tutto tondo, senza compromessi, accettando lealmente le nuove regole del gioco. Se ce la farà, e ce la farà, sarà un bel botto.