Silvio scatenato sul palco di Savona dà lezioni di antropologia «politica»

Uno di sinistra è sempre incazzato, non sa ridere. Per forza, ogni mattina si guarda allo specchio

nostro inviato a Savona

Alle 13.23 sale sul palco, alle 15.16 prova a congedarsi. Ma la giornata ligure di Silvio Berlusconi inizia prima. Inizia quando lui ancora non è neppure in volo. Il clima da stadio si sente fin dalle 10. Primi gruppi in piazza Sisto IV, uno striscione irriverente a una finestra: «Silvio facci ridere, raccontaci ancora...» e poi tante palle disegnate. Sale sul palco il sindaco di Loano, Angelo Vaccarezza, e ringrazia: «Grazie a questo signore di aver chiesto a Silvio di farci ridere, è due anni che piangiamo». È il prologo di una giornata di sorrisi, di battute che sciolgono anche le piccole tensioni. E quando sale Berlusconi sul palco sono fuochi d’artificio. Il presidente è carico, per nulla stanco dal tour de force di questi giorni. Racconta le performance in tv e nei comizi, le sveglie all’alba. «E poi dicono che non sono forte? Sono fortissimo», è l’inizio. E i cinquemila di piazza Sisto gradiscono il Silvio dalla battuta facile. Lui capisce e non si tira indietro. Una via l’altra. Per un quarto d’ora mette da parte il programma e alleggerisce: «Tira giù quella bandiera, che sennò non mi vedono... sono così bello». E chiarisce: «Dicono che faccio troppe battute, ma noi non siamo mica come quelli di sinistra che si incazzano su tutto». Il boato è fragoroso. «Zitti, che sennò ci accusano di provocare scosse di terremoto». Piacciono le zanzarate ai compagni. Impossibile fermarsi: «Certo, loro sono sempre incazzati. Voi vi svegliate la mattina vedete il vostro bel sole, il vostro bel mare. E perché loro no? Il fatto è che loro si guardano allo specchio e la giornata se la sono già rovinata». Sempre da iscrivere alla categoria battute, per evitare fraintendimenti, è quel «sono antropologicamente diversi da noi», che qualcuno chiede di ripetere. «Ehi, ho appena detto che non siamo mica di sinistra. Noi le cose le capiamo alla prima». Poi sbircia verso le finestre della sede del Pd, si tira su il bavero, si nasconde. Faccino preoccupato come il bimbo che ha appena rubato la marmellata felice di potersi leccare ancora le dita davanti alla mamma per godere il doppio.
Bersaglio fin troppo facile, Walter Veltroni. Che racchiude con gli alleati in un «compagnia bella» subito autosmentito. «Ho detto Veltroni e compagnia bella? Mi correggo, compagnia brutta». Scherza persino sull’accanimento giudiziario che gli è costato 168 milioni in parcelle di avvocati. «E ci ridono anche sopra? - si rivolge quasi a rimproverare il pubblico - Vuol dire che potevo permettermelo». I magistrati non vengono risparmiati. Tantomeno le intercettazioni. E stavolta sarà anche una battuta, ma fa riflettere: «Avanti, chi di voi può dire di essere sicuro di non essere ascoltato quando tira su il telefono alzi la mano? - interroga la piazza che resta immobile - Ah, nessuno? Se fossi di sinistra direi che avete tutti dei panni sporchi da nascondere». Silvio è esplosivo è spesso vuole «tornare a bomba». «Stavo per dire torniamo a bomba, ma poi domani Repubblica dice che Berlusconi ha così paura che minaccia le bombe». Il giornale di Mauro è il bersaglio preferito, lo cita tre volte, ma non dimentica l’Unità. A sorpresa invita a leggerla: «Almeno una volta alla settimana per vedere la disinformazione che fa - è la posologia consigliata - Ma mi raccomando, non compratela, fatevela prestare da chi purtroppo per lui l’ha già comprata».
Gli avversari lo stimolano: «Hanno in lista anche quello nuovo... aspetta... aiutami, come si chiama? Ah sì, D’Alema, 45 anni di politica nel Pci». E Veltroni? L’ex sindaco di Roma? «Cosa ha fatto per la sua città? Le notti bianche, rendendo neri tutti i giorni dei romani». Uno slogan che fa sorridere ma neppure troppo, lo prende anche in prestito da Guareschi: «Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no». Poi si prende in giro: «Sono sempre stato un secchione», «ero già bello da ragazzo», «ero un velocista». Ma sfiora la lacrima e conquista la piazza con le parole di mamma Rosa. «Chi me l’ha fatto fare? Me lo sono sempre chiesto da solo», dice. Poi racconta come la mamma, che non era d’accordo con lui, l’ha spinto a scendere in campo. E ad arrivare in piazza Sisto. Quattordici anni. Sempre lo stesso Berlusconi, perché «se Veltroni crede che sia un insulto, per me è un complimento, si chiama coerenza».