Un simbolo caduto nella polvere


Il bersaglio è di quelli facili facili. Lapo di anni ventotto, quello con le felpe belle e i congiuntivi brutti, il nipote dell’Avvocato, con la stessa erre moscia, il figlio, secondogenito, di Margherita Agnelli e dello scrittore Alain Elkann, quello che non le manda a dire ma le dice in diretta, contro tutti, dai politici che usano automobili straniere a Del Piero che è un lusso per quello che costa alla società di appartenenza, dalla triade dei dirigenti juventini, roba da Caino e Babele, ai modelli Fiat un po’ datati. Lapo Elkann è di tutta la comitiva fiattina il più agnelliano e il meno caracciolesco, anche se esiste una corrente di pensiero che ribalta questa considerazione. È agnelliano perché fa saltare il protocollo, nel football si direbbe che mette in off side l’avversario, non soltanto per la lingua madre sgrammaticata ma proprio per la semplicità e l’immediatezza con cui argomenta le proprie tesi. Oltre alla postura, al look che, in famiglia, rappresenta una specie di simbolo, di modo di essere, non certo di esistere. Se suo nonno portava l’orologio sul polsino (retaggio del collegio) lui sul polsino della camicia ci ha messo il tricolore: «Perché sono italiano e sono fiero di esserlo. Mio nonno ha fatto la storia, a me tocca remare e pedalare per fare sempre di più».
Volando per cieli, remando per mare e pedalando su terra, come diceva lo slogan antico della Fabbrica Italiana Automobili Torino, Lapo Elkann è nato a New York, ha fatto gli studi a Londra, è tornato negli Stati Uniti, ha appreso arti e mestieri da Henry Kissinger che già era consulente di Gianni Agnelli. Stando al curriculum, Lapo Elkann ha fatto anche il militar soldato, ovviamente alpino, nella Brigata Taurinense. Quindi, come tradizione di famiglia (lo stesso capitò a Giovanni Alberto, a John, sembra anche a Edoardo), smessa la piuma ha preso la lima, sotto falso cognome, utilizzando un inedito (!) Rossi ma tenendo il nome di Lapo, è andato al tornio presso la Piaggio di Pontedera. Lasciata la fabbrica aveva ottenuto il trasferimento all’estero, Francia, vivendo le dolcezze parigine tra Fiat e Danone, quindi terminando i lavori alla Ferrari e alla Maserati, per anni quattro, sotto l’ala di «Cordero di Montezemolo» come lui ufficialmente chiama l’avvocato Luca. Finale di carriera, per il momento, con la responsabilità del brand comunicazione di Fiat. Tutto questo ben di Dio è andato in frantumi ieri mattina, quando la notizia già drammatica per chiunque, ha coinvolto un ragazzo che appartiene a una famiglia che ha pagato dazi pesanti in questi anni, perdendo protagonisti di due generazioni.
Lo stile tassidermico che accompagna certi personaggi del mondo imprenditoriale e sportivo sabaudo è stato scosso dall’arrivo di Lapo Elkann. Già il suo ufficio multicolore, ravvivato dall’affissione della tuta di Schumacher, e questo farebbe anche parte della normalità, o della maglia bianconera numero 14 di Enzo Maresca, uno dei pupilli di Lapo e per questo, dicono i maligni, mandato in esilio prima a Firenze e oggi a Siviglia, tutto questo lapificio dicevo, può far intendere come Elkann ami lo sport e poi le cose normali della vita.
Quando la scorsa settimana la brigata malefica di Striscia gli ha consegnato il Tapiro per la serie di strafalcioni di lingua («abbino», «stiino») la reazione di Lapo Elkann è stata magistrale: «Penso che dovrò iscrivermi al Cepu, devo migliorare in quella cosa lì», senza buttare la palla in calcio d’angolo, senza cercare scuse e alibi. «I go forward», ha detto di recente, per spiegare che lui va diritto: «Sono per il fare e non per il dire, sono per le operazioni di desiderio, mi fanno rabbia i politici italiani che girano su automobili straniere, si dimenticano degli operai italiani che si fanno un mazzo così per un prodotto che è tutto nazionale. Perché allora non mangiano spaghetti tedeschi, perché non comprano il parmigiano francese?».
La sua tesi, espressa alla radio e sui giornali, anche caraccioleschi, ha creato qualche allergia su pelli che dovrebbero arrossarsi per altro: «In questo Paese abbiamo priorità gravi e problemi urgenti e non capisco perché poi mi vengono a chiedere della legge Pisanu e del mio biglietto allo stadio la sera di Juventus-Inter» mi ha detto la scorsa settimana, con la solita euforia rabbiosa o rabbia euforica che accompagna molte sue espressioni. Concede il tu a chiunque e lo esige di risposta, una specie di carta di credito senza massimale, per far capire che l’ufficialità e il burocratese non lo riguardano.
Le sue ultime elucubrazioni non sono state gradite dal cosiddetto Palazzo, Lingotto e affini. La vicenda squallida di domenica notte potrebbe aver messo il punto. Oggi qualcuno parlerà di crisi depressive, di malessere esistenziale, di turbe legate alla scomparsa del nonno, dello zio, dei cugini, dell’ultima crepa per la separazione dalla sua fidanzata. Probabilmente alcune di queste cose lo hanno ferito, sicuramente capirà di avere sbagliato notte e compagni. Non altro se non per i condor.
Tony Damascelli