Simeoni, il pentito vero: «Un’occasione persa»

da Milano

Quando si parla di doping e di confessioni, l’autorità del settore è Filippo Simeoni. Nel 2002, in un clima bulgaro di totale omertà, il gregarione azzurro trova il coraggio di confessare tutto: uso di Epo, come-quando-perché, frequentazioni col dottor Michele Ferrari. Lo chiamano pentito, ma nel suo caso il termine va usato nell’accezione più nobile e letterale: pentito della colpa, pagata con squalifica, ma senza fare nomi di altri. Eppure, questo non gli impedisce di passare in mezzo al gruppo per infame. Tutti i boss, a cominciare da Armstrong, gliela giurano. Terra bruciata, con aggiunta di querele e di beghe in corsa. Oggi, a 35 anni, si allena coltivando una semplice speranza: chiudere la carriera con un Giro.
Filippo, che dire sul caso Basso?
«Arieccoce. Voi mi fate sempre parlare, poi alla fine me li ritrovo tutti contro».
Comunque non è che siano mai riusciti ad intimorirla...
«Che posso dire. Prima della conferenza stampa di Basso, anch’io m’ero lasciato andare: ho parlato di segnale forte, di gesto coraggioso. Insomma, non mi sentivo più solo».
Dopo la conferenza stampa?
«Amico mio, penso che siamo punto e a capo. Mi aspettavo di più da Basso, invece ha ammesso il minimo. Dice che non si è mai dopato. Spero abbia dato buone prove alla Procura. Lo capiremo più avanti. Più che altro, bisogna chiarire se si tratta di confessione totale e sincera, o soltanto di un patteggiamento giuridico. Intanto, a me sembra un’altra occasione persa».
Lei gli crede?
«Lei gli crede?»
Ha confessato anche Scarponi. Magari è l’inizio di un altro giorno.
«Dipende se sono gesti totali e definitivi».
Come il suo.
«Io parlai davanti al Coni e come testimone anche al processo penale. Portai tabelle, numeri, date. Anche se devo dire che non è servito a granché».
Le sue conclusioni?
«Continuo nel mio pessimismo. Così, non se ne esce più».
Secondo quanto si apprende dalla Spagna, i corridori coinvolti potrebbero essere più di cento. Stupito del numero?
«Molto. Ma per un altro motivo: ultimamente ero convinto che il doping fosse diventato d’élite. A certe cifre, sono in pochi a poterselo permettere. A meno che non ci sia dietro un’organizzazione di squadra...».
Un fenomeno di sistema.
«Vai a sapere. Certo mi fa specie che nessuna squadra del Pro Tour mi abbia preso».
Forse va troppo piano.
«Può essere. L’anno scorso ho avuto un infortunio. Ma in generale credo di poterlo dire: non sono inferiore a tanta gente che il posto ce l’ha».
Che morale si sente di tirare?
«Ancora oggi, dopo anni, coltivo il solito dubbio: se sia stato un eroe, o piuttosto un idiota. D’altronde, il confine è sempre così labile...».