Simmenthal-Ignis da derby d’Italia a derby tristezza

Milano e Varese, le sorelle Materassi di un basket che non sa più se compatirle o rimpiangerle, si trovano a mezzogiorno sul legno tarlato del Forum per scoprire chi ha fatto peggio nella costruzione della squadra in estate, chi è davvero degno soltanto dell’ultimo posto in classifica. Erano regine, le hanno messe in cucina a pelare patate. Negli anni degli anni si aspettava questo faccia a faccia, erano loro a comandare. Giovanni Borghi, che sapeva bene cosa costava il successo, Adolfo Bogoncelli, che sapeva bene quanto si doveva soffrire per essere padroni del gioco, del cuore di una città che lo prendeva in giro e, raramente, lo aiutava davvero. Si viveva una stagione per questo faccia a faccia, due partite, tre se si finiva - come è accaduto spesso - con lo spareggio.
Garbosi e i suoi agguati a Rubini, il Principe e la sua arte per andare contro al professor Nikolic che stimava e temeva davvero, poi Gamba contro Peterson. Dove siete, cari maestri? Non venite con noi al palazzo fuori mano. Chi è dall’altra parte del fiume continui con il tressette di Rico, Vittorio Tracuzzi e Aza, chi, come Don Cesare, non ha più memoria, perché la natura sa essere spietata con chi è stato davvero re, tenga spenta la televisione, chi crede ancora di poter fare qualcosa criticando, insegnando, come lo Spartaco di via Washington Sandro Gamba, come il nano ghiacciato Dan Peterson, la smetta di chiedersi perché i nuovi padroncini hanno chiesto aiuto a tutti, mai a loro.
Maledetta nostalgia per un balletto sugli abissi della classifica che fa stare male davvero: chi perde oggi sarà ultimo nel gruppo, chi vince potrà accendere un cero perché sa benissimo che oltre la siepe troverà ancora tanta spazzatura. Una volta era il combattimento, adesso è la mattanza. Peccato per Galanda, De Pol, forse Passera, sicuramente Danilo Gallinari, magari Bulleri se liberasse la mente e Boscagin se guarisse, tutti italiani che sarebbero stati bene anche nelle squadre di allora, ma gli altri non li avresti voluti neppure in cambio di un pallone sgonfio.
Armani malata e disarticolata. Cimberio fragile e povera di troppe cose per credere di potersi rimettere a correre. Da lunedì a Milano inseriranno il trentacinquenne Booker facendo saltare in aria un reparto dove già non si parlavano. La stessa cosa farà Varese con il vecchio Skelin che per lo meno sa di essere un ripiego. Oggi, però, andranno in campo quelli che già conoscete, quelli che hanno vinto 2 partite su 8 e non hanno più nessuno che creda in loro.
Non può farlo Caja che quando parla a Gaines, Gadson, Watson, Sesay trova, come capitava a Markovski, soltanto sguardi persi nel vuoto. Non può permetterselo Mrsic perché i suoi gli tocca vederli in allenamento e sa che in tasca hanno poco.
Società diroccate o disperate. La gente di Milano chiede ad Armani il sacrificio di occuparsi di ogni cosa, non vorrebbe più Corbelli, ma la paura che tutti scappino via come Galliani, rende le cose ancora più difficili. Hanno messo insieme gente che non si parla dal primo giorno, hanno fatto un disastro spalmato nel tempo eppure vorrebbero passare per vittime. A Varese ammettono gli errori, ma non sanno come rimediare perché adesso sembra tardi. Bisognerebbe tagliare con certi giocatori e l’Armani non può guarire aggiungendo un Katelynas o un Booker dove c’era bisogno d’innestare veri numeri uno compatibili con la testa di Bulleri e lo sviluppo psicofisico di Gallinari. La Cimberio si accontenterebbe di tornare a piacere almeno alla sua gente, ma illudersi di trovare una lampada da sfregare nel mondo cane di questo basket sarà meno utile che lavorarci sopra.