La simmetria fra Nietzsche e Schopenhauer

Tutti sanno o dicono che «Nietzsche viene da Schopenhauer e contrappone al suo pessimismo l’affermazione tragica». Finora, però, nessuno ha cercato di risolvere questo luogo comune in una meditazione rigorosa. Ma se ciò non è avvenuto, è perché le risposte di Nietzsche alle questioni di Schopenhauer non sono simmetriche, bensì sghembe. Detto incidentalmente, questa è anche la ragione della difficoltà di collocare Nietzsche nella storia della filosofia.
Non che tra le due posizioni la simmetria manchi del tutto: essa c’è ed è tale da far dire a taluni, come a Giorgio Colli, che il pensiero di Nietzsche non è se non quello di Schopenhauer rovesciato. La simmetria c’è in particolare nella scelta e nell’impostazione dei temi, nonché nella contrapposizione alla negazione di Schopenhauer, ossia all’egoismo che è alla base del pessimismo schopenhaueriano, dell’abnegazione, cioè di un eroico disinteresse e di un leale amore della vita, che comportano, con la massima fruizione, l’accettazione delle conseguenze tragiche, del destino, ossia la massima abnegazione appunto. Ma d’altro lato Nietzsche ha contrapposto alla parte derivata, affiorante e in qualche modo dispositiva, temperamentale, della filosofia di Schopenhauer (il di lui pessimismo «romantico», dovuto secondo Nietzsche all’età giovanile, 26 anni, in cui il sistema fu concepito), la parte fondamentale, positiva del proprio pensiero: la visione dionisiaca. Mentre ha opposto alla parte fondamentale della dottrina di Schopenhauer, al suo impianto concettuale e alla sua metafisica, la parte derivata e strumentale della propria dottrina, cioè una scepsi rinnovata, poetizzata e potenziata rispetto a quella inaugurata da Kant.
Quanto al pessimismo di Schopenhauer, non si può non metterlo in relazione con l’ottimismo di Hegel, col «suo grandioso tentativo di persuaderci della divinità dell’esistenza». E quanto allo scetticismo di Nietzsche, esso è di natura neo-sofistica, ma molti, anche sulla base di un suo orientamento temporaneo, lo fraintendono per illuminismo. Mentre però questo scetticismo, che in profondità è critica storica, critica di civiltà, combacia in superficie con la funzione rischiaratrice dell’illuminismo, non combacia affatto con la funzione sociale e progressista che, insieme con la prima, costituisce l’altra caratteristica essenziale dell’illuminismo. In realtà lo scetticismo di Nietzsche è l’altra faccia della rivendicazione di indipendenza dell’uomo e il rovescio necessario della visione dionisiaca, la sua arma di difesa e offesa, con cui si combatte quello che è, di tale visione poetica, aperta e non giudicante, il nemico naturale: la filosofia sistematica, chiusa. È per questo suo carattere derivato, funzionale e reattivo, mancante di unità e autonomia, che il pensiero scettico di Nietzsche è costretto a esprimersi per aforismi e saggi e non può diventare sistema.
Di qui lo spasimo di tutta una vita per l’autore, che solo alla fine abbandonò il sogno di un progetto sistematico. Non si rese conto di avere già il suo «sistema», la sua unità e autonomia, nel suo moralismo poetico, sicché il suo scetticismo, che serviva tale moralismo, non poteva che essere sempre critica di qualcosa, cose o filosofemi che fossero, e che dunque gli occorreva questo qualcosa da criticare, che era sempre diverso e che si poteva trovare solo nell’alveo del gran fiume storico.

Questo articolo è parte della relazione tenuta al convegno su «Schopenhauer e la sua scuola» svoltosi dal 22 al 24 settembre all’Università di Lecce e organizzato dal professor Domenico Fazio.