Simoncelli, il giro d’addio su 85 moto

La vita e la morte, il bianco e il nero, la gioia e il dolore e il silenzio e il rumore e potremmo andare avanti così, impennando fra gli opposti che si abbracciano e i tifosi rivali ora amici e gli avversari trasformati in fratelli e moto improvvisamente tutte incredibilmente uguali senza più 125 e Moto2 e MotoGp a creare barriere. Potremmo andare avanti così perché questa è stata la forza romantica e zingara del messaggio racchiuso nella meravigliosa tristezza del primo Gran premio senza Marco, della corsa tributo, dell’omaggio andato in pista di mattina, prima delle gare. Un omaggio assordante e rumoroso voluto dalla sua famiglia perché «onorate mio figlio con un minuto di casino» aveva detto quell’incredibile papà di un Simoncelli. E così è stato.
In ottantacinque in pista, prima della gara delle 125, 85 piloti che basta invertire le cifre e allora diventano 58, il numero del Sic, il suo marchio. In ottantacinque a far gruppo così fitto da trasformare le moto in tante biciclette e la pista in una strada del Giro d’Italia. In 85 a raccontare, ciascuno, il proprio Marco, chi apprestandosi all’ultima corsa, come Loris Capirossi, con il 58 impresso sulla propria moto («La gara più difficile della mia carriera»), chi portandolo addosso in una t-shirt e sul casco come Valentino Rossi, chi stringendolo forte sul petto col numero cucito «sul cuore, perché è lì che deve battere», ha detto Dovizioso. In ottantacinque, soprattutto, dietro a Kewin Schwantz, il grande ex campione, a guidarli in sella alla moto di Marco perché solo un monumento del motociclismo ha il diritto di domarla così presto.
Un lungo e rumoroso giro fatto di frastuono e petardi, fatto di striscioni immensi come la gigantografia del Sic alta quattro piani stesa lungo la torre della direzione gara. Un tributo che come tutte le storie meravigliosamente tristi ha avuto nel pubblico attorno il proprio catalizzatore, tanto più che l’applauso lungo l’intero giro non è stato l’omaggio d’italiani in vacanza bensì di quegli stessi tifosi spagnoli che per mesi avevano guardato storto Simoncelli. Certo, si dirà, la morte e il dramma e la tragedia hanno sempre la forza di cancellare certi guasti che inceppano la vita, ma stavolta non è andata così: i tifosi di Valencia non hanno solo applaudito, hanno fatto diventare il Sic uno di loro.
La vita e la morte, il bianco e il nero, la gioia e il dolore e il silenzio e il rumore e la gara vera, la partenza e i piloti a mille all’ora e Bautista che sbaglia, Bautista con la moto blu, Bautista con cui a Sepang era in lotta Marco, Bautista che stavolta sbaglia e tocca alla prima staccata Valentino e Valentino cade e si prende una moto sulla schiena e striscia e scivola e ha paura e fa paura e con lui a terra Hayden e De Puniet. Si rialzano tutti subito. C’è rabbia, c’è spavento, c’è rimpianto. C’è la dolce bugia di Valentino: «L’ho fatto apposta, non volevo battere il Sic: il mio tributo è lasciarlo davanti in classifica». E c’è un’unica certezza: questa è la nostra vita. Comunque vada. Ciao Marco.