Simone Veil: "Sarkozy e la Merkel faranno ripartire la Ue"

L'ex ministro simbolo di tante battaglie politiche e civili: "I due leader si intendono e rilanceranno l'Unione"

Roma - Quando Simone Veil ti fissa capisci di non poter fingere. Sei come ipnotizzato dai suoi occhi blu; senti che il suo sguardo è capace di cogliere l’essenza della tua anima e al contempo di trasmetterti la grandezza della sua, che è quella di una donna, sopravvissuta ad Auschwitz, diventata il simbolo di tante battaglie civili e politiche per milioni di europei. Tra un mese esatto compierà ottant’anni e l’università di Sassari ha deciso di dedicarle una giornata di studi per iniziativa del professor Enrico Ferri, suo grande ammiratore. Un’età che certo Simone Veil non dimostra: è brillante, determinata, intuitiva come quando nel 1974 Giscard d’Estaing la nominò a sorpresa ministro della Salute, avviandola a una carriera politica straordinaria in Francia e nel Parlamento europeo, di cui è stata il primo presidente. Ieri era a Roma, oggi incontrerà gli studenti che hanno partecipato al progetto della Regione Lazio «il percorso dei Giusti». Simone Veil ha accettato di intrattenersi con il Giornale.
L’Europa attende una scossa, Sarkozy può darla?
«Sì, sono ottimista, non solo perché conosco bene Sarkozy, ma perché sono convinta che lui e la Merkel abbiano le qualità adatte per rilanciare il progetto europeo. I due si intendono e condividono gli stessi valori e hanno lo stesso approccio: sono preparati, volitivi e pragmatici. Insomma, non sono un bluff».
Ma l’idea di un mini trattato costituzionale non convince tutti i Paesi Ue…
«Sarebbe sciocco pensare che bastino pochi incontri per risolvere problemi molto complicati. Non mi stupirei se alla fine non ci sarà una vera Costituzione. L’importante è che si torni allo spirito dei padri fondatori, che volevano un’Unione democratica, efficace e capace di concentrarsi sulle questioni per le quali la dimensione europea fosse necessaria e utile. Pensare a scenari federalisti è irrealistico, ma nell’era della globalizzazione un’Europa autonoma e libera è nell’interesse dei 27 Paesi membri della Ue».
Insomma, lei auspica concretezza, dimostrando la capacità di capire e interpretare le esigenze più profonde dei cittadini. Non è questo il segreto di Sarkozy?
«Senza dubbio. Non ha improvvisato nulla, non ha fatto promesse irrealizzabili e si è circondato di consiglieri molto competenti che per oltre due anni hanno analizzato le necessità della società francese, aiutandolo a elaborare un programma coerente e credibile. Per questo è stato premiato».
Come spiega il tracollo dei socialisti francesi, confermato alle legislative di domenica?
«Avevano cinque anni per prepararsi, ma non lo hanno fatto. Alla fine è emersa Ségolène Royal, che ha avuto tanti meriti ma che non è riuscita a colmare il vuoto progettuale: gli elettori si sono accorti che non aveva una visione concreta dei problemi del Paese e tanto meno soluzioni pertinenti. È evidente la necessità di ripensare il partito, superando un progetto socialdemocratico che, nell’attuale forma, è vetusto».
Intanto Le Pen e l’estrema sinistra improvvisamente si eclissano. Come mai?
«Il Fronte nazionale rappresentava un voto di protesta, che non ha più ragione di essere, perché certi problemi non vengono più elusi dal centrodestra. Le Pen oggi può contare solo sullo zoccolo duro dei suoi elettori, mentre è sorprendente il tracollo del partito comunista e delle formazioni trotzkiste e no global. Oltre al successo di Sarkozy, questa è la novità delle ultime elezioni, che per ora è inesplicabile».
Sarkozy vive un momento di grazia. Nessun pericolo in vista?
«Ha iniziato molto bene. Ha il culto dell’efficacia e vuole dimostrare agli elettori di mantenere le promesse fatte in campagna elettorale. Io lo conosco da tanti anni e so che è sincero: ammiro la sua capacità di documentarsi. Vuole capire e andare a fondo dei dossier prima di prendere una decisione. Temo solo che il suo iperattivismo non lo induca a qualche passo falso, soprattutto in campo internazionale, dove bisogna dar prova di grande cautela. Lui che è energico e spedito dovrà imparare a gestire la complessità».
E sul piano interno che presidente sarà Sarkozy nei prossimi cinque anni?
«Il suo progetto è molto ambizioso, ma di non semplice attuazione. In Francia basta poco per inimicarsi l’opinione pubblica. Dovrà dimostrare che le riforme economiche sono sostenibili anche finanziariamente, senza peggioramenti del debito pubblico. Se sbaglia una mossa o se il contesto internazionale peggiora potrebbe trovarsi in difficoltà. Sarkozy ha le qualità per essere un ottimo presidente, ma è presto per formulare previsioni».
Nubi all’orizzonte?
«L’Unione europea rappresenta un successo inimmaginabile, che ha permesso ai nostri popoli di vivere in pace per 60 anni, fenomeno unico per un continente segnato da secoli di guerre. Tuttavia sbaglia chi pensa che non ci saranno più conflitti. Seguo con preoccupazione il Kosovo, dove le tensioni in prospettiva dell’indipendenza potrebbero generare nuove violenze, con severe implicazioni internazionali. Sarebbe un errore sottovalutare il problema e con esso le ragioni dei serbi e, indirettamente, dei russi».