Da Sinatra ai Led Zeppelin La band ringrazia i maestri

Grazie alla sincronizzazione pare che cantino le stesse parole di Bono

da Milano

In fondo ci sono tutti, uno dopo l’altro, perché questo nuovo video degli U2 è una parata di stelle, una passeggiata nella storia della musica anglosassone da quando è diventata popular e ha iniziato a camminare con la gente dappertutto parlando ogni lingua, non solo quella del divertimento, quella dello strazio o quella chissà. Perciò non importa se di Window in the skies, che in questi giorni ha iniziato a girare su youtube.com e in tv, vi ricorderete di più la smorfia di Louis Armstrong oppure le boccucce di Simon e Garfunkel, la faccia compìta di George Harrison o quella malinconica di Johnny Cash, gli addominali isterici di Iggy Pop, i dreadlocks di Bob Marley o la smorfia, quella smorfia pazzesca e vitale, che Jerry Lee Lewis si lascia sfuggire così d’improvviso mentre canta uno dei suoi rock’n’roll che stravolsero il mondo senza neanche avvisarlo. Non importa perché questo video è un’enciclopedia.
D’accordo, il 2006 è l’anno del «citazionismo» e si sa che, quando mancano le idee, il rimedio migliore è recuperare quelle vecchie, riverniciarle meglio che si può e sfruttare l’esca agrodolce della nostalgia o della sorpresa. E così nel videoclip di Dani California i Red Hot Chili Peppers si sono travestiti da metallari, hanno indossato le parrucche e le movenze di Ozzy Osbourne, dei Kiss, degli Aerosmith o dei Motley Crue per spiegare che, ecco, questi sono i nostri maestri, i musicisti che ci hanno convinti, che con le loro canzoni, le idee gli sbagli gli eccessi, ci hanno guidato fin qui a diventare uno dei gruppi rock più famosi del mondo. Grazie. E Christina Aguilera in Ain’t no other man si è truccata da sciantosa del jazz perché questa è la sua nuova vecchia maschera, volgare e identica a quelle che Jack Ruby guardava a Dallas, nel suo marcio Carousel Club, mentre trafficava e si inguaiava nella storiaccia di Kennedy e Lee Harvey Oswald, del sogno americano e del suo presunto assassino perché, tra l’altro, questi, il sogno e la presunzione, sono ormai le dimensioni più concrete del mondo musicale.
Non sapendo cosa fare, si reinterpreta e, male che vada, si strappa commozione a chi si ricorda quant’erano bravi gli Aerosmith sul palco di Central park a New York nel ’75 oppure si conquista la meraviglia di chi non s’immagina com’era l’atmosfera di un locale americano di fine anni Cinquanta, con i posaceneri pieni di senza filtro e il whisky dorato nei bicchieri. Ma sono trucchetti, maliziosi o scaltri decidete voi.
Gli U2 no.
In Window in the skies, che è il secondo brano inedito della collezione U218 singles pubblicata a novembre, non reintepretano, anzi. Si sincronizzano, e il significato è completamente diverso (però attenzione: in rete c’è un’altra versione del video che celebra solo la storia della band) . Dopo uno sterminato lavoro di archivio, i registi hanno individuato le immagini dei grandi artisti del passato, da Frank Zappa ai Led Zeppelin, da Elvis a Ella Fitzgerald, e le hanno combinate con la musica degli U2. Ci sono passaggi persino commoventi in cui Louis Armstrong o Nat King Cole cantano esattamente gli stessi versi di Bono, i Temptations si muovono allo stesso ritmo sul palco e Kurt Cobain si butta in mezzo alla folla, o Johnny Ramone dei Ramones suona la stessa partitura della chitarra di The Edge e il pubblico in sala (ripreso chissà dove, chissà quando) urla in coro le stesse parole della canzone.
Alla fine, quando un Sinatra in bianco e nero, con giacca e brillantina, impone lo stop alla canzone preciso come un (involontario) direttore d’orchestra, le note lentamente scivolano via. Senza modificare, senza alterare, senza sfruculiare, gli U2 hanno reso il più delicato omaggio alla storia di cui fanno parte, quella della musica leggera, con lo stesso rispetto di chi è ancora sotto il palco, nel pubblico. Forse per questo, se ci fate caso, verso la fine del video, nella marea di teste inquadrate per caso, spuntano anche quella di The Edge e di Bono perché loro saranno pure i più grandi del mondo ma se ce l’hanno fatta, se oggi sono i più bravi di tutti, è perché comunque un po’ del loro cuore è rimasto ancora in platea ad applaudire.